IL PARADOSSO DELLA FOTOGRAFIA NATURALISTICA

Mi è capitato per caso sottomano lo Sketchbook di un famoso fotografo naturalista:

“Progetti da realizzare nel 2016

-Pitone che cinge con le sue spire un elefante e lo fagocita lentamente

Materiale occorrente e cose da fare:
-comprare presso bracconieri elefante nano
-assoldare 10 persone per lungo massaggio emolliente di qualche ora al pitone per rendere la pelle elastica, prima dell’inizio delle riprese.

-Le 25 posizioni del Kamasutra della libellula

Materiale occorrente:
-Procurarsi un bidone di feromoni dallo zio Antonio che lavora nei laboratori sperimentali della Vichy

-Funghi e Serpenti

Materiale occorrente e cose da fare:
-Spruzzini con beccucci di varia forma per simulare pioggia, brina e ogni possibile fenomeno atmosferico.
-Pannelli di vari colori.
-Contattare Gregory Crewdson per allestimento scena.

-Migrazione di oche e anatre

Materiale occorrente:
-drone
-noleggiare superleggero con pilota

N.B.: ricordarsi di cambiare modello di drone rispetto a quello usato nel 2014 che aveva le eliche parzialmente scoperte, ed evitare di prendere come pilota Bill, perchè beve troppo; l’ultima volta abbiamo fatto una strage e ho ancora la ghiacciaia piena di anatidi.”

La fotografia naturalistica – e mi riferisco in particolare a quel sottogenere che si occupa di animali insetti e quant’altro – è quanto di più lontano vi possa essere dal mio modo di vivere ed intendere la fotografia.
Mi definisco ormai da tempo, a torto o a ragione, un “fotoespressivo”, per uscire dalla paludosa terminologia che solitamente contrappone il fotografo professionista al fotoamatore: tolto forse l’unico elemento che distingue le due categorie, e cioè il fatto che il primo ricavi un’entrata economica (comprensiva di iva) dalle proprie fotografie mentre il secondo generalmente abbia soltanto delle uscite, non trovo altre differenze sostanziali e anzi, spesso e volentieri, dei fotografi professionisti apprezzo molto di più i lavori che hanno fatto nel tempo libero, quando anch’essi indossavano gli abiti del fotoamatore. Ma dicevo “lontano dal mio modo di vivere la fotografia”, per un semplice motivo: loro tendenzialmente cercano soggetti che di per sé abbiano forza visiva e per far questo si rendono spesso invisibili – sia fisicamente, con i loro appostamenti mimetici, che concettualmente – in quanto è il soggetto con il suo comportamento, possibilmente inconsueto o eccezionale che deve avere il massimo risalto; io tendenzialmente sono più attratto e stimolato da soggetti marginali per importanza e deboli per forza visiva, soggetti che vediamo tutti i giorni e a cui non facciamo più caso, e cerco di interpretarli, mostrandoli per quanto possibile nei loro aspetti meno noti. Nel mio caso si tratta quindi di un processo realizzativo che muove dall’interno verso l’esterno, e cioè la principale spinta propulsiva è quella di realizzare fotografie che il più possibile esprimano il mio personale modo di vivere ed osservare la realtà, in contrapposizione spesso alle modalità e alle forme nelle quali mass media, politica ed economia sono soliti mostrarcela.

foto di eloj
foto di eloj

Ma c’è un’altra differenza sostanziale: il mio è un processo di semplificazione e sfrondamento della realtà. In definitiva tendo ad una scomposizione dell’elemento reale: vorrei che quasi non si riconoscesse per le funzioni e gli usi che solitamente ha; vorrei che perdesse il nome, cioè quell’etichetta sociale che porta con sé troppe implicazioni e sovrastrutture, per diventare in ultima analisi somma dei suoi costituenti elementari: colore, linee, forme e luce.

immagine presa da internet
immagine presa da internet

Quello dei fotonaturalisti al contrario è un processo che tende ad una maggior complessità: non è più sufficiente ormai fotografare un animale nel suo ambiente, perchè è già stato fatto migliaia di volte; è necessario adesso fotografarlo in un contesto capace di creare ancora stupore e meraviglia nell’osservatore ormai assuefatto da centinaia di documentari e immagini mirabolanti; ed è necessario cogliere il soggetto in atteggiamenti o comportamenti eccezionali, meglio se trattasi di anomalie comportamentali, cioè qualcosa che tipicamente quella specie o quel genere di animale non fa.

Ed ecco il paradosso: il fotografo naturalista, che forse più di altri dovrebbe restituirci una realtà “non mediata”, pura e genuina, si trova costretto per motivi di mercato a creare, attraverso una serie di espedienti più o meno condivisibili, una realtà virtuale attraverso ambientazioni degne di una scenografia teatrale e a ricercare comportamenti e atteggiamenti animali mai visti prima, utilizzando tecniche di ripresa che spesso finiscono per travalicare quelli che dovrebbero essere i precipui scopi di quel genere di fotografia.

Mi chiedo, dopo questo bombardamento visivo, per quanto tempo ancora proveremo stupore di fronte allo spettacolo della natura, quello vero, che va in replica da milioni di anni.

(eloj)

Annunci

Impressioni Sul Paesaggio

Durante uno dei tanti trasferimenti in treno tra Lucca e Viareggio, ho cercato di cogliere qualche impressione sul paesaggio.
E ho tentato di trasporre in fotografia quello che è il tipico atteggiamento di un viaggiatore, che osservando un pò distrattamente il paesaggio attraverso il finestrino, venga colpito da un dettaglio o da un perticolare e cerchi il più a lungo possibile di mantenerlo all’interno del campo visivo ruotando la testa così da arrestarne il movimento.
Ho utilizzato la tecnica del PANNING quindi, che consiste nel muovere la macchina alla stessa velocità di un soggetto in movimento, scegliendo un tempo di scatto che sia sufficientemente lungo da sfocare tutto quello che ha una velocità diversa dal soggetto, e sufficientemente breve da mostrare abbastanza nitidamente il soggetto.
Questo è il risultato:

(eloj)

Fotografare come filosofia di vita

Prendiamo un lapis.
Lo può usare l’alimentarista per segnare su un pezzo di carta marrone il conto di una cliente, lo può usare il muratore per tracciare dei segni sul muro, l’architetto per il progetto di una casa, il ritrattista per una caricatura, l’ingegnere per un calcolo strutturale a verifica del risultato fornito dal computer, un abile disegnatore per realizzare una vignetta, un grande artista per il cartone preparatorio di un grande dipinto o un affresco.

La macchina fotografica è come un lapis.
La può usare il poliziotto della scientifica per rilevazioni sul luogo del delitto, il nonno per fotografare la comunione del nipotino, il turista per portare a casa qualche ricordo o, nel peggiore dei casi, per ricordarsi di aver fatto una vacanza, la può usare il fotoespressivo per esprimere se stesso, il fotografo sportivo per immortalare un’ azione da goal, il fotoreporter d’assalto per riprendere le cosce di una letterina mentre scende dall’auto, l’inviato di un giornale per ritrarre il politico di turno durante un comizio, Renzi per farsi un selfie con qualche capo di stato straniero.
La macchina fotografica è un mezzo e come tale si presta a svariati utilizzi e finalità.

(foto di eloj)
(foto di eloj)

Ma arriva un momento nel quale la pratica fotografica, associata ad una personale ricerca visiva, apre una breccia nella realtà, mostrandone tutta la falsità e svelandone trucchi e inganni.
Fotografare diventa così un esercizio filosofico, un’indagine sulla realtà e sugli individui.
Ogni volta che si “prenderà” una fotografia ciò equivarrà a rivendicare la nostra visione personale e soggettiva. L’atteggiamento e l’attitudine mentale che avremo guardando attraverso il mirino della nostra fotocamera diventeranno a poco a poco parte di noi e si manifesteranno in ogni situazione e contesto, anche in assenza della nostra fotocamera.
Certamente si diventa più scettici e possibilisti: non esiste più una verità unica e incontrovertibile, ma esistono per ogni situazione, più verità equipollenti e ciascuno potrà scegliere tra queste, quella che gli farà più comodo in quel momento o che giudicherà eticamente più giusta o più efficace per il maggior numero di individui.
Ma nel momento della scelta sarà comunque sempre consapevole di aver fatto una scelta soggettiva.
Certamente si diventa più insofferenti di fronte alla pubblicità, alle chiacchiere dei politici, agli articoli dei giornali, che mostrano in modi e misure differenti realtà soggettive – quando non addirittura fasulle – spacciandole per l’unica realtà possibile.
Credo che la fotofilosofia renda chi la pratichi più distaccato dalla realtà.
Come se in ogni situazione si assistesse ad una rappresentazione teatrale, rendendosi conto che in fin dei conti è tutta una finzione, che ciascuno sul palco interpreta la parte per la quale si è preparato per un’intera vita, o che gli è più comoda, o che suo malgrado gli è stata appioppata da qualcun altro.
Una volta che si è aperta questa breccia nella realtà, niente sarà più come prima. Talvolta la puzza di finto e superficiale sarà così forte da nauseare.
Fotografare diventerà una filosofia di vita…. e forse ciò potrà anche non piacerci.

(eloj)

LA FOTOGRAFIA A KM ZERO

C’è una sostanziale differenza tra fotografare luoghi esotici o importanti città o ambienti che possiedono una propria peculiarità e fotografare la propria città, quella cui sentiamo in quel momento di appartenere.
Nel primo caso gli spunti fotografici sono molteplici: tutto è nuovo e interessante per noi: le architetture, gli usi i costumi. Otterremo probabilmente delle buone fotografie ma – salvo rarissime eccezioni – ci saremo mantenuti sulla superficie esterna delle cose; il tal giorno ci troviamo in un luogo, scattiamo indipendentemente dalle condizioni di luce, indipendentemente dalla presenza o meno di congiunture o coincidenze particolari che possano mettere in luce aspetti profondi di quel luogo; il giorno successivo saremo in un altro posto e ricominceremo da capo.
Fotografare la propria città significa prima di tutto saper attendere e poter attendere il momento buono per scattare una certa fotografia: se un giorno il cielo sarà coperto aspetteremo il giorno successivo o la successiva occasione. Significa imbattersi nel caso propizio con maggior probabilità perchè ci troveremo a passare più e più volte dagli stessi luoghi.
Ma soprattutto significa fotografare in profondità, fotografare le proprie radici, comprendere qualcosa di più ogni giorno, di se stessi e forse del senso della propria esistenza.
Non mi sono mai sentito viareggino: in casa mia non si parlava viareggino, il carnevale l’ho “frequentato” da giovane senza mai sentirlo espressione della cultura cittadina, ho lavorato fuori città per 10 anni.
Ma adesso queste radici cominciano a farsi sentire: il senso di appartenenza si manifesta quando ti stanno a cuore le sorti di un luogo, quando ogni oltraggio perpetrato nei confronti della tua città o paese lo senti sulla tua pelle e ti fa male, quando in cuor tuo vorresti che tutti i talenti di cui quel luogo dispone venissero sfruttati e non nascosti o addirittura rubati da faccendieri senza scrupoli.
Allora uscire da soli, in bicicletta o a piedi, accompagnati dalla propria macchina fotografica è un pò andare alla ricerca di se stessi, cercando di capire quanto di quei luoghi è stato assorbito nel tempo, fino a divenire parte integrante del proprio carattere e della propria personalità.
Fotografare diventa quindi un atto di conoscenza e comprensione, diviene un processo attivo che non si limita a registrare sul sensore semplicemente qualcosa di esterno, ma bensì a proiettare sull’esterno le proprie sensazioni – come fossero un’ ulteriore sorgente di luce con cui illuminare la scena – per poi raccoglierle in una fotografia, mischiate inscindibilmente con i luoghi.
Nella meravigliosa solitudine dell’atto fotografico emergono emozioni sopite, un desiderio di riscatto per quei luoghi; fierezza e amarezza, orgoglio e mestizia si mischiano in proporzioni sempre differenti e tutto ciò entra sommessamente a far parte delle fotografie attraverso un dettaglio, un punto di ripresa particolare, una condizione di luce che al tempo stesso occulta e rinviene, nasconde e fa emergere determinati aspetti.
Tutto diviene importante per veicolare sentimenti e stati d’animo attraverso una fotografia che sia prima di tutto espressione del luogo: non è mia intenzione fotografare un’ emozione, come fosse un generico aforisma trovato all’interno di un bacio perugina; è mio interesse associare quell’emozione ad un luogo.
La distanza a cui si allude nel titolo non è però una distanza fisica; non stiamo parlando di carote o cipolle ma di fotografia. Si tratta di una distanza culturale, mentale, etica; in alcuni casi spirituale. Vi sono quindi persone – poche in realtà – capaci di fotografare a Km Zero anche in continenti differenti dal loro, in realtà sociali e culturali così diverse dalla propria. Una di queste, la prima che mi viene in mente, potrebbe essere Gino Strada…..se avesse scelto di fare il fotografo.
Queste persone – che non voglio sminuire definendole “fotografi” – utilizzano la macchina fotografica come mezzo di espressione e di indagine e hanno sviluppato una tale consapevolezza e profondità di pensiero  da esser divenuti cittadini del mondo.

(eloj)

La Fotografia come Pratica Meditativa

In queste ultime settimane, ho avuto la possibilità di fotografare per qualche ora quasi tutti i giorni, solitamente al mattino.

(foto di eloj)
(foto di eloj)

Ogni giorno in sella alla mia bicicletta ho perlustrato un quartiere di Viareggio: zone periferiche per la gran parte, che conoscevo solo superficialmente o nelle quali addirittura non ero mai stato.
La modalità e l’approccio fotografico erano però diversi dal solito: quando mi muovo con la macchina fotografica al seguito – e ciò capita spesso – ripartisco il tempo tra vivere una certa esperienza e percepirla esteticamente; i due atteggiamenti credo siano abbastanza inconciliabili tra loro.
Nel vivere una certa situazione – quando la mente è aperta – tutti i nostri sensi partecipano attivamente all’esperienza; percepirla esteticamente significa invece – per chi utilizza il mezzo fotografico come strumento di indagine e come espressione di sé – intensificare l’atto percettivo a scapito di quello partecipativo; non solo, ma è necessario orientare e convogliare in modo sinestesico le esperienze sensoriali in un risultato puramente visivo. La fotografia che scatterò dovrà – questo almeno nelle intenzioni – esprimere non soltanto ciò che ho visto ma anche i suoni e i rumori che ho sentito in quel momento, gli odori e le sensazioni corporee. La fotografia dovrà essere specchio dei miei stati d’animo nel momento dello scatto ma anche mostrare le mie perplessità, ed esplicitare le mie domande e i miei dubbi su quanto osservato.
Concordo quindi con chi asserisce che l’utilizzo del mezzo fotografico intensifichi la capacità di osservare la realtà ma al tempo stesso ritengo che ciò non significhi vivere maggiormente il presente: senza macchina fotografica si è come una carta assorbente nei confronti della vita, con la macchina si è più simili a dei setacci: si filtrano le percezioni fino a trovare la preziosa pagliuzza: quella trasposizione visiva di un’esperienza plurisensoriale. Forse una metafora ancora più calzante nei confronti dell’atteggiamento fotografico è quella di un chimico, che unendo più elementi tra loro dia luogo ad una nuova sostanza che li contiene tutti ma che è al tempo stesso diversa da ciascuno di essi: un prodotto di sintesi con caratteristiche orientate esclusivamente al senso della vista.
Nella migliore delle condizioni, una fotografia dovrebbe essere in grado di generare sinestesicamente nell’osservatore tutta una serie di sensazioni partendo dal solo input visivo.

In altre situazioni mi è capitato di fotografare più a lungo e più assiduamente rispetto a questo periodo, ad esempio in viaggio. Ho fatto qualche viaggio in solitaria di lunga durata in paesi esotici, soprattutto in Asia; già dopo qualche settimana avviene la trasformazione da turista in viaggiatore: la road map diviene un canovaccio sul quale improvvisare liberamente: trattenendosi in un luogo più a lungo del previsto o spostandosi rapidamente, quando le condizioni non siano quelle desiderate. Nessuna prenotazione; ogni scelta frutto del momento e della situazione contingente.
Sono riuscito – in rare occasioni – a percepire la sensazione di essere come una foglia trasportata dalla corrente degli eventi: accelerata in una zona turbolenta o sospinta placidamente.
Ma la fotografia – l’atto fotografico – anche in quelle circostanze è rimasto vincolato all’irripetibilità dell’esperienza: la consapevolezza che quei luoghi, quegli ambienti e quelle situazioni fossero probabilmente irripetibili, rendeva l’atto fotografico un’ occasione unica e da non perdere.C’era sempre quindi una sorta di ansia da prestazione: quelle donne in sari multicolore intente ad osservare l’orizzonte da una spiaggia sacra per gli Induisti andavano assolutamente registrate, e possibilmente nel migliore dei modi.

(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)

In queste settimane per la prima volta, fotografando nella mia città e dedicandomi ad una ricerca sui luoghi, sono riuscito ad allentare questa sensazione di irripetibilità: mi sono spostato liberamente, senza fretta, attendendo quell’incontro fortuito; e quando ciò è capitato, mi sono mosso nell’ambiente con la mente libera, senza preconcetti, con il solo scopo di comprendere; cercando di entrare in sintonia con l’ambiente.
Il leitmotiv che recita che una fotografia, sia essa un ritratto o una fotografia di paesaggio, alla fine sia sempre una sorta di autoritratto, o almeno mostri la nostra reazione nei confronti dell’osservato, si è come concretizzato: attraverso l’atto fotografico ho potuto provare una sorta di empatia non solo con l’ambiente ma con chi quell’ambiente ha vissuto: ho provato l’angoscia di colui che lavorava in quel cantiere fin quando non è stato dismesso; la tristezza del commerciante costretto a chiudere l’attività perchè non più in grado di far fronte  alle spese, ma anche la serenità dell’anziana coppia seduta su una panchina di un parco di periferia o l’amarezza di chi ha visto in questi anni la propria città piegarsi sotto il peso dell’incuria, indebolendosi giorno dopo giorno per le angherie subite.

(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)

Ecco perchè paragono l’atto fotografico ad una pratica meditativa: ho vissuto la città, le sue piazze, gli edifici storici, i negozi chiusi e le chiese, come se avessero potuto raccogliere e conservare le emozioni e gli stati d’animo di chi quei luoghi ha frequentato nel corso degli anni, e io potessi provare, attraverso la
macchina fotografica, un concentrato di quelle stesse emozioni.
Un gran bel fotografare.

(foto di eloj)
(foto di eloj)

La fotografia è il più bel gioco d’azzardo

Mumbay - treno cittadino (foto di eloj)
Mumbai – treno cittadino
(foto di eloj)

Ogni scatto nasconde il rischio di fallimento: si può perdere l’attimo che sostanzia un evento, si può sbagliare inquadratura, dire troppo o dire troppo poco.
E tuttavia mi accorgo sempre di più, ogni anno che passa, che quelle reti che la tecnologia ha reso sempre più sicure per evitare brutte cadute, sono inutili e controproducenti.
Potrei usare la raffica per esser sicuro di cogliere il momento topico, l’espressione giusta; ma perderei così tutti gli istanti tra un fotogramma e l’altro e la scelta di quegli istanti non sarebbe la mia.
Potrei scattare decine di fotografie cambiando ogni volta inquadratura e catturando più scena di quanto sia strettamente necessario per poi a casa, scegliere tra quelle decine di fotografie quella migliore, ritagliando dall’ampia scena la porzione che più mi interessa scegliendo il formato capace di domare linee ed angoli della composizione in modo che tutti terminino o finiscano nei posti giusti; ma farei tutte queste operazioni nel silenzio dello studio e alla luce di una lampada ad incandescenza senza poter rivivere quella scintilla che mi ha fatto scendere di bicicletta per scattare in quel posto, in quel momento. E poi la noia di dover scegliere ogni volta tra decine di foto tutte simili mi farebbe ben presto passare la voglia di fotografare.
No, io scatto poco, e condivido ciò che disse Maurizio De Bonis a Rosignano durante la lettura portfolio: “sono le foto che cercano noi”.
Se in quel luogo o in quella situazione c’è una foto, la tua foto, non quella di un altro, sarà lei a cercare la tua attenzione.
Quando esco per fotografare e sono nello stato d’animo giusto, adoro muovermi per la città o su un sentiero o all’interno di un museo o di una galleria alla ricerca delle mie fotografie.
Qualche volta si presentano come attimi da cogliere rapidamente, pena la loro scomparsa: appena il tempo di regolare apertura e tempi, quando va bene, altrimenti si scatta così com’è. E in quell’istante tutto deve essere deciso simultaneamente: l’inquadratura, la focale, la distanza, il punto di ripresa che in inglese si traduce con “vantage point” e ne esprime pienamente il valore e l’importanza. Già, il punto di ripresa è fondamentale, perchè crea relazioni tra gli oggetti, introduce narrazioni, insomma, esprime noi stessi in quella fotografia.
Altre volte sono i luoghi che ci chiamano; c’è più tempo allora per trovare la nostra fotografia: l’intuizione ci ha detto che è lì, ma l’esperienza è l’unica in grado di scovarla, tra alberi ed edifici, dietro un muro o tra i piloni di un cavalcavia.
Devo dire che delle due, questa seconda modalità è quella che preferisco: esplorare il luogo, muoversi su tutto il perimetro, attraversarlo girandosi spesso, per vedere cosa stiamo ignorando alle nostre spalle. E’ un pò come scandagliare la spiaggia all’imbrunire col cercametalli: prima silenzio, poi un flebile beep, poi sempre più forte, a quel punto si scava: l’eccitazione sale, ecco c’è qualcosa. Spesso può trattarsi di una vite arrugginita, una lattina…ma qualche volta può essere una moneta o un anello e ce lo portiamo a casa felici e realizzati.
Scatto poco e taglio pochissimo: le inquadrature sono spesso, ma direi quasi sempre, quelle scelte al momento dello scatto. Questo impone una disciplina e un’attenzione in fase di scatto che rende l’atto fotografico simile a quello di centrare un bersaglio con un’ arma di precisione o meglio con un arco. In questa accezione trovo valido il termine inglese “shoot”, che significa sparare ma anche scattare una fotografia: c’è la stessa concentrazione, la stessa respirazione, la stessa solennità: sei consapevole di avere poche frecce nella faretra e devi scoccarle bene se vuoi fare centro.

New Deli - taxi (foto di eloj)
Mumbai – taxi
(foto di eloj)

Autodichiarazione di incapacità di intendere, ma non di volere (intendere)

Ormai il comportamento si è reso esplicito: quando visito spazi museali o gallerie d’arte e mi imbatto in un corpus di opere che tutto lascia presupporre siano importanti opere d’arte e non riesco a percepire autonomamente questa grandezza, inizio a fotografarle.

foto di eloj - opere esposte di Carrol
foto di eloj – opere esposte di Carrol

Scompongo e ricompongo, unisco più opere tra loro, le metto in relazione con gli spazi e gli elementi presenti nell’ambiente espositivo fino a farmele piacere. Insomma rivisito quelle opere e così facendo entro in contatto più stretto con loro, nella speranza, forse, di poterne cogliere l’intrinseco valore.

foto di eloj - opere esposte di Carrol
foto di eloj – opere esposte di Carrol

 

foto di eloj - opera esposta di Carrol - estintore
foto di eloj – opera esposta di Carrol

Questa volta è il caso di Lawrence Carrol, un artista australiano che ho visto al MAMBO (Museo di Arte Moderna di Bologna). Poiché non lo conoscevo, mi sono fatto spiegare da una ragazza addetta all’accoglienza quali fossero le prerogative di questo artista, se ci fosse un tema dominante sviluppato nelle sue opere; insomma ho cercato di procurarmi in fretta e furia delle chiavi di accesso per almeno comporendere a livello razionale il lavoro dell’artista.

foto di eloj - opere esposte di Carrol
foto di eloj – opere esposte di Carrol

 

foto di eloj - opere esposte di Carrol
foto di eloj – opere esposte di Carrol

I materiali utilizzati sono pannelli in legno, tavole e oggetti di recupero, quindi materiale povero, di scarto; questo potrebbe avere, mi si dice, dei legami psicologici col padre dell’artista, abile restauratore.

Quei pannelli di legno, lacerati e rattoppati con materiali di recupero, potrebbero simboleggiare le ferite del corpo, che vengono curate e rimarginate lasciando sempre leggere tracce sulla nostra pelle, una sorta di indelebile racconto autobiografico; il bianco potrebbe rappresentare una sorta di ripartenza, di candore anche mentale forse, scevro da pregiudizi e preconcetti e, azzardo io, facendo un volo pindarico non privo di rischi, forse tutto ciò allude ad una sorta di pietas, di attenzione ai deboli e agli emarginati, ma anche all’ipocrisia dell’uomo che spesso copre o nasconde le proprie imperfezioni mostrando una faccia pulita e candida, oppure esprimere la condizione del nostro pianeta terra, mortificato da speculazioni e sfruttamento delle risorse in nome di un autodichiarato candido progresso del quale ci illudiamo far parte come esseri umani.

foto di eloj - opere esposte di Carrol
foto di eloj – opere esposte di Carrol

Molti continuano a ritenere che l’arte contemporanea possa essere compresa in modo intuitivo, perché il linguaggio dell’Arte si dice, è universale.
Io non sono di questa opinione e credo che l’arte moderna ma più in generale tutta l’arte, possa essere compresa soltanto attraverso una conoscenza approfondita dei contesti, dei protagonisti, e di tutto quanto possa fornirci delle chiavi di accesso che ci consentano di capire.

Solo dopo aver capito, secondo me, è possibile lasciarsi andare e godere pienamente di un opera d’arte.

STUDIUM E PUNCTUM – RISPOSTA SEMISERIA A BARTHES

Osservare i lavori di altri rappresenta sempre e comunque un momento di crescita personale. E perché ciò sia proficuo è necessario entrare in relazione con l’opera: capirne la genesi, le motivazioni, la finalità, inserire il lavoro nel contesto del continuum produttivo dell’autore. Ogni tassello rappresenta un piccolo passo sulla difficile strada che conduce alla comprensione dell’opera.

Spesso però ci sentiamo irrimediabilmente attratti da un’immagine in modo quasi viscerale, senza comprendere il motivo di tale attrazione, e ciononostante il nostro appagamento è totale.
E’ come se quell’opera risuonasse in nostra presenza, come fosse stata lì ad attendere il nostro passaggio per mostrarci qualcosa di intimo e personale. Forse in quelle circostanze, più che osservare il dipinto o la fotografia, ci specchiamo in essa fino a riconoscere in quei segni, in quelle tracce del reale, aspetti della nostra vita e della nostra personalità.

Talvolta può essere un colore ad attrarci

foto di eloj
foto di eloj
foto di eloj
foto di eloj

talaltre ci riconosciamo nelle forme di un soggetto

foto di eloj
foto di eloj

o riconosciamo una persona a noi cara

foto di eloj
foto di eloj

ci sono casi poi,  in cui una fotografia sembra essere un fotogramma estratto dal film della nostra vita.

risonanze
foto di eloj

 

E quando ci capita di fermarci a lungo di fronte ad un’ opera, in atteggiamento contemplativo, in realtà stiamo soltanto cercando il nostro riflesso, confuso e nascosto in una miriade di altri riflessi…..

_6173172_small_web
foto di eloj

 

…perchè, parliamoci chiaro:  ogni lavoro artistico, se ben fatto,  ha qualcosa di personale da dire a ciascuno di noi!

“LA FOTOGRAFIA CHE MI RIGUARDA”

la gioconda - tratta da internet
la gioconda – tratta da internet

“La fotografia che mi riguarda”. Per un attimo mi è venuta voglia di prendere una bomboletta di nero e scrivere questa frase sulla parete bianca del mio studio.
Ti lasci alle spalle le regole per vedere se sia possibile, in quello spazio sospeso, cogliere un reale altro, non quello che ci continuano a dire sia il reale degno di essere ammirato; quell’altro, tutto il resto, che è enormemente maggiore: il reale di passaggio, di transito, di sbieco, graffiato, quello storto, quello sfocato; un reale altro osservato in un modo altro. Non in piedi, con la testa vuota di pensieri davanti ad un vetro spesso, accanto a sconosciuti a guardare un quadretto che ci hanno detto essere uno dei risultati migliori che l’uomo abbia mai prodotto; ma SOLO, con la testa piena di pensieri senza alcun vetro davanti a guardare quello che nessuno ci ha mai detto di guardare e provare a farlo sdraiati, a testa in giù, appesi ad un filo, correndo, in tutti i modi in cui nessuno mai lo farebbe.
Poi, il compito più difficile arriva dopo, prima che tutto torni ordinario anche nella mente di chi ha sperimentato l’extra-ordinario….o  il sub-ordinario, che è ancora meglio perché allude alla straordinarietà dell’atteggiamento. Prima…… che le vacanze scolastiche dove si guardano solo i bei monumenti, i depliant che mostrano soltanto le belle spiagge, i cartelloni pubblicitari che mostrano soltanto belle famiglie e bei corpi, le guide turistiche che ti guidano verso il bello….prima che tutto questo prenda di nuovo il sopravvento.
Non c’è niente di legale in tutto ciò, è tutto stramaledettamente illegale, è una continua trasgressione dello sguardo e della narrazione.
Io redivivo Neo (n.d.r. Matrix) mi sono gettato nelle braccia di Morpheus e ho assaggiato un po’ di quella insipida pappetta al posto della solita succulenta bistecca: mi è piaciuta il giusto devo dire – ci vuole tempo – ma mi ha lasciato un piacevole sapore in bocca e soprattutto ora sono più leggero.

L’ARTE DI SCOPERTA

foto di eloj
foto di eloj

Si può fare arte stando fermi?
Senza muovere un solo muscolo del corpo?
Senza utilizzare alcuno strumento o materiale?
Io credo di sì: si può fare arte di scoperta, individuando elementi od oggetti nella realtà circostante, che spogliati delle loro precipue peculiarità e funzioni “native”, possono trasformarsi in qualcosa d’altro assumendo valenze e significati nuovi.
Fare arte spesso presuppone una trasformazione nel rapporto che lega oggetto e fruitore. Nel caso più tipico, il gesto artistico modifica le qualità di un corpo o di una superficie attraverso aggiunte o sottrazioni di materia, con l’intento di raggiungere un determinato risultato visivo o comunque esperibile attraverso gli organi di senso. Il pittore aggiungerà pigmento sulla tela, lo scultore toglierà materia dal marmo o da un pezzo di legno, il musicista, agendo sul proprio strumento produrrà suoni, lo scrittore aggiungerà segni su un foglio bianco decifrabili attraverso un codice linguistico condiviso con altri.
Ma il rapporto tra oggetto e fruitore può essere trasformato anche indicando un nuovo modo di vedere la realtà; e per far questo talvolta è necessario modificare il contesto per eliminare eventuali elementi di disturbo, talaltre è sufficiente assegnare un nuovo nome all’oggetto per far sì che anche gli altri, possano vedere quell’oggetto con occhi diversi, decidendo poi se condividere o rifiutare quella nuova visione.
Questa seconda modalità di fare Arte, sembrerebbe, per come è stata descritta, non richiedere alcuno sforzo fisico…..purtroppo non è sempre così.

foto di eloj
foto di eloj

Avevo notato questo tronco straccato dal mare e subito avevo visto in quelle linee forti analogie con un crocifisso di Giotto o di Cimabue: vedevo in quelle curve la torsione del busto, le gambe flesse con i piedi giunti inchiodati alla croce, con le braccia alte sopra le spalle a seguito del cedimento del corpo verso il basso, con la testa inerme che diviene un tutt’uno col torace.
Così la mattina seguente sono andato di buon ora a fare qualche fotografia, prima che la spiaggetta si popolasse…..ed è cominciato il lavoro!
Ho tolto gli altri legni ammassati irrispettosamente sulla mia opera, poi ho girato leggermente il tronco così da creare un’ombra armonica sulla sabbia. Era molto pesante: sono riuscito a ruotarlo di pochi gradi prima che si incagliasse. Poi ho pulito alla meglio la sabbia tutt’intorno togliendo tappi di birra, mozziconi di sigaretta e cercando di pareggiare un po’ buche e avvallamenti vari. Mentre scattavo, sentivo che quel tronco stava diventando parte di me: era come se avessi riesumato un antico reperto archeologico nascosto da un sottile strato di terra, e dopo averlo ripulito esso fosse adesso visibile a tutti nel suo splendore e nella sua magnificenza. Si trattava adesso di portar via quella merviglia – almeno ai miei occhi – e metterla al sicuro; già, ma come?

Con un amico sono ritornato alla spiaggetta nel pomeriggio; dopo i primi infruttuosi tentativi di spostarlo, abbiamo usato un altro grande tronco cilindrico come rullo; aiutati da altre due persone abbiamo alzato il tronco, messo sotto il rullo, spinto: il metodo si è rivelato funzionare e siamo riusciti a guadagnare il mare.
Dalla spiaggia sarà sembrato che stessimo trasportando un cetaceo o un delfino spiaggiato.
Arrivati di fronte allo stabilimento balneare i cui proprietari avevano gentilmente accettato di ospitarlo, abbiamo cercato un modo per tirare fuori dall’acqua quell’esemplare arboreo di tre metri e mezzo e del peso di più di duecento chilogrammi. Dopo innumerevoli sforzi e tentativi falliti abbiamo trovato una procedura efficace che consisteva nel ribaltarlo quattro o cinque volte, disegnando una sorta di arco di circonferenza di due metri circa, e poi, nell’ultimo ribaltamento, mantenerlo in equilibrio su uno sperone posizionato circa nel centro e ruotarlo sul piano orizzontale di circa 160 gradi, e così via di seguito. Dopo due ore di lavoro siamo riusciti a fargli compiere i circa centocinquanta metri che lo separavano dalle cabine. Eravamo esausti e pieni di sabbia, ma soddisfatti!
Adesso non resta che dargli una ripulita, una mano di coppale e trovare un ambiente dove possa far degna mostra di sè.