L’ACQUEDOTTO DEL NOTTOLINI

L’acquedotto in stile romano, che dalle colline di San Quirico portava l’acqua alla città di Lucca, fu progettato dall’architetto regio Lorenzo Nottolini su delibera della duchessa di Lucca, Maria Luisa di Borbone (qui potete trovare notizie dettagliate: acquedotto del Nottolini). I lavori iniziarono nel 1823 e si protrassero, a causa di interruzioni, fino al 1851 anche se già dal 1832 l’acqua potabile arrivava sino in piazza S. Martino.
Sarà forse perchè fu lo stesso Nottolini a redigere il piano regolatore del 1825 per l’espansione di Viareggio, o forse perchè il tempietto in stile neoclassico che delimita la parte sopraelevata dell’acquedotto è proprio dietro la stazione di Lucca, raggiungibile in treno da Viareggio alla modica cifra (si fa per dire!) di 3 euro e 40 centesimi, fattostà che ho deciso di andarlo a vedere, munito ovviamente di macchina fotografica.
Ne è uscito un lavoro che definirei “onesto”, visto che è stato realizzato nell’arco di qualche ora, senza alcuna preparazione o conoscenza del luogo.
Ho cercato di mettere in luce una serie di aspetti:
-l’architettura sia della parte aerea che di quella interrata, sino ai canali di raccolta delle acque.
-come il successivo sviluppo urbanistico si sia generalmente adeguato alla presenza dell’acquedotto e come sia stato invece necessario distruggerne una parte per il passaggio dell’autostrada A11 (Firenze-Mare) costruita tra il 1928 e il 1932.
-come quella zona è vissuta dai cittadini.

(eloj)

IL PARADOSSO DELLA FOTOGRAFIA NATURALISTICA

Mi è capitato per caso sottomano lo Sketchbook di un famoso fotografo naturalista:

“Progetti da realizzare nel 2016

-Pitone che cinge con le sue spire un elefante e lo fagocita lentamente

Materiale occorrente e cose da fare:
-comprare presso bracconieri elefante nano
-assoldare 10 persone per lungo massaggio emolliente di qualche ora al pitone per rendere la pelle elastica, prima dell’inizio delle riprese.

-Le 25 posizioni del Kamasutra della libellula

Materiale occorrente:
-Procurarsi un bidone di feromoni dallo zio Antonio che lavora nei laboratori sperimentali della Vichy

-Funghi e Serpenti

Materiale occorrente e cose da fare:
-Spruzzini con beccucci di varia forma per simulare pioggia, brina e ogni possibile fenomeno atmosferico.
-Pannelli di vari colori.
-Contattare Gregory Crewdson per allestimento scena.

-Migrazione di oche e anatre

Materiale occorrente:
-drone
-noleggiare superleggero con pilota

N.B.: ricordarsi di cambiare modello di drone rispetto a quello usato nel 2014 che aveva le eliche parzialmente scoperte, ed evitare di prendere come pilota Bill, perchè beve troppo; l’ultima volta abbiamo fatto una strage e ho ancora la ghiacciaia piena di anatidi.”

La fotografia naturalistica – e mi riferisco in particolare a quel sottogenere che si occupa di animali insetti e quant’altro – è quanto di più lontano vi possa essere dal mio modo di vivere ed intendere la fotografia.
Mi definisco ormai da tempo, a torto o a ragione, un “fotoespressivo”, per uscire dalla paludosa terminologia che solitamente contrappone il fotografo professionista al fotoamatore: tolto forse l’unico elemento che distingue le due categorie, e cioè il fatto che il primo ricavi un’entrata economica (comprensiva di iva) dalle proprie fotografie mentre il secondo generalmente abbia soltanto delle uscite, non trovo altre differenze sostanziali e anzi, spesso e volentieri, dei fotografi professionisti apprezzo molto di più i lavori che hanno fatto nel tempo libero, quando anch’essi indossavano gli abiti del fotoamatore. Ma dicevo “lontano dal mio modo di vivere la fotografia”, per un semplice motivo: loro tendenzialmente cercano soggetti che di per sé abbiano forza visiva e per far questo si rendono spesso invisibili – sia fisicamente, con i loro appostamenti mimetici, che concettualmente – in quanto è il soggetto con il suo comportamento, possibilmente inconsueto o eccezionale che deve avere il massimo risalto; io tendenzialmente sono più attratto e stimolato da soggetti marginali per importanza e deboli per forza visiva, soggetti che vediamo tutti i giorni e a cui non facciamo più caso, e cerco di interpretarli, mostrandoli per quanto possibile nei loro aspetti meno noti. Nel mio caso si tratta quindi di un processo realizzativo che muove dall’interno verso l’esterno, e cioè la principale spinta propulsiva è quella di realizzare fotografie che il più possibile esprimano il mio personale modo di vivere ed osservare la realtà, in contrapposizione spesso alle modalità e alle forme nelle quali mass media, politica ed economia sono soliti mostrarcela.

foto di eloj
foto di eloj

Ma c’è un’altra differenza sostanziale: il mio è un processo di semplificazione e sfrondamento della realtà. In definitiva tendo ad una scomposizione dell’elemento reale: vorrei che quasi non si riconoscesse per le funzioni e gli usi che solitamente ha; vorrei che perdesse il nome, cioè quell’etichetta sociale che porta con sé troppe implicazioni e sovrastrutture, per diventare in ultima analisi somma dei suoi costituenti elementari: colore, linee, forme e luce.

immagine presa da internet
immagine presa da internet

Quello dei fotonaturalisti al contrario è un processo che tende ad una maggior complessità: non è più sufficiente ormai fotografare un animale nel suo ambiente, perchè è già stato fatto migliaia di volte; è necessario adesso fotografarlo in un contesto capace di creare ancora stupore e meraviglia nell’osservatore ormai assuefatto da centinaia di documentari e immagini mirabolanti; ed è necessario cogliere il soggetto in atteggiamenti o comportamenti eccezionali, meglio se trattasi di anomalie comportamentali, cioè qualcosa che tipicamente quella specie o quel genere di animale non fa.

Ed ecco il paradosso: il fotografo naturalista, che forse più di altri dovrebbe restituirci una realtà “non mediata”, pura e genuina, si trova costretto per motivi di mercato a creare, attraverso una serie di espedienti più o meno condivisibili, una realtà virtuale attraverso ambientazioni degne di una scenografia teatrale e a ricercare comportamenti e atteggiamenti animali mai visti prima, utilizzando tecniche di ripresa che spesso finiscono per travalicare quelli che dovrebbero essere i precipui scopi di quel genere di fotografia.

Mi chiedo, dopo questo bombardamento visivo, per quanto tempo ancora proveremo stupore di fronte allo spettacolo della natura, quello vero, che va in replica da milioni di anni.

(eloj)

DEL PROCESSO CREATIVO, DELLO STILE E DELLA FOTOGRAFIA COME ARTE MEDIA

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fotografia di Edward Steichen: Rodin – Le Penseur

Il processo creativo è costituito da un certo numero di fasi non tutte necessarie, che si susseguono non sempre nello stesso ordine.
Di sicuro tra queste fasi c’è quella legata alla nascita dell’idea o al palesarsi di un’intuizione.
Poi c’è la fase della trasposizione materica dell’idea originaria, nella quale si individuano i mezzi, le tecniche, i medium e i materiali più idonei a “materializzare” quella particolare idea.
Da ultimo c’è la fase realizzativa, nella quale l’idea originaria prende vita all’interno del mezzo espressivo scelto, venendo plasmata e spesso “adattata” a quel mezzo.
E’ in quest’ultima fase, generalmente la più lunga, che si verifica una sorta di contatto tra interno ed esterno, tra spirituale e materiale: è come se i dualismi che scandiscono la nostra vita si annullassero in un ordine cosmico omnicomprensivo.
Non sto parlando – almeno non necessariamente – di arte e di artisti: sto parlando di creatività, e cioè di quella facoltà che può esprimersi anche nella realizzazione di qualcosa di estremamente semplice e che può dar luogo anche a qualcosa di già esistente, purchè in questo caso l’autore non ne sia a conoscenza.
E quanto più la fase realizzativa dura e si protrae nel tempo, tanto maggiori saranno gli effetti di questa fusione tra materia, spirito, coscienza, intelletto e memoria.
Il risultato finale somiglierà, talvolta, solo lontanamente all’idea originatrice, proprio perché durante la realizzazione saranno intervenute nuove necessità, nuovi slanci creativi, nuovi collegamenti logici e connessioni. E sono proprio questi ingredienti a costituire ciò che può essere definito “lo stile” nel senso più alto del termine: quelle peculiarità espressive differenti in ogni individuo che spesso affiorano in modo istintivo, senza predeterminazione, mostrando così la reale essenza dell’autore.
Questo è il motivo per il quale nemmeno l’autore è in grado di conoscere il senso ultimo della sua creazione: perchè durante l’atto realizzativo è stato per alcuni istanti o per lunghi periodi un mezzo anch’egli, quasi pilotato e manovrato da energie e consapevolezze ancestrali, da una sorta di memoria collettiva.
Per questo ritengo sia utile ascoltare ciò che gli altri hanno da dire sul nostro lavoro e sulle nostre realizzazioni.
La fotografia, in questo, si differenzia dalle altre forme d’arte o meglio dalle altre forme di espressione creativa: a meno di casi particolari infatti, la fase realizzativa si riduce ai brevi istanti precedenti lo scatto.
La fotografia gioca più su principi istintuali, anch’essi somma delle nostre esperienze e preferenze, delle nostre idee e delle nostre aspirazioni, ma tutto giocato su un intervallo temporale troppo breve affinchè quei flussi e quelle energie cui facevo riferimento poco sopra possano palesarsi e diventare parte dell’opera. Per questo, e secondo me solo per questo, la fotografia è un’ Arte Media.

(eloj)

Impressioni Sul Paesaggio

Durante uno dei tanti trasferimenti in treno tra Lucca e Viareggio, ho cercato di cogliere qualche impressione sul paesaggio.
E ho tentato di trasporre in fotografia quello che è il tipico atteggiamento di un viaggiatore, che osservando un pò distrattamente il paesaggio attraverso il finestrino, venga colpito da un dettaglio o da un perticolare e cerchi il più a lungo possibile di mantenerlo all’interno del campo visivo ruotando la testa così da arrestarne il movimento.
Ho utilizzato la tecnica del PANNING quindi, che consiste nel muovere la macchina alla stessa velocità di un soggetto in movimento, scegliendo un tempo di scatto che sia sufficientemente lungo da sfocare tutto quello che ha una velocità diversa dal soggetto, e sufficientemente breve da mostrare abbastanza nitidamente il soggetto.
Questo è il risultato:

(eloj)

Fotografare come filosofia di vita

Prendiamo un lapis.
Lo può usare l’alimentarista per segnare su un pezzo di carta marrone il conto di una cliente, lo può usare il muratore per tracciare dei segni sul muro, l’architetto per il progetto di una casa, il ritrattista per una caricatura, l’ingegnere per un calcolo strutturale a verifica del risultato fornito dal computer, un abile disegnatore per realizzare una vignetta, un grande artista per il cartone preparatorio di un grande dipinto o un affresco.

La macchina fotografica è come un lapis.
La può usare il poliziotto della scientifica per rilevazioni sul luogo del delitto, il nonno per fotografare la comunione del nipotino, il turista per portare a casa qualche ricordo o, nel peggiore dei casi, per ricordarsi di aver fatto una vacanza, la può usare il fotoespressivo per esprimere se stesso, il fotografo sportivo per immortalare un’ azione da goal, il fotoreporter d’assalto per riprendere le cosce di una letterina mentre scende dall’auto, l’inviato di un giornale per ritrarre il politico di turno durante un comizio, Renzi per farsi un selfie con qualche capo di stato straniero.
La macchina fotografica è un mezzo e come tale si presta a svariati utilizzi e finalità.

(foto di eloj)
(foto di eloj)

Ma arriva un momento nel quale la pratica fotografica, associata ad una personale ricerca visiva, apre una breccia nella realtà, mostrandone tutta la falsità e svelandone trucchi e inganni.
Fotografare diventa così un esercizio filosofico, un’indagine sulla realtà e sugli individui.
Ogni volta che si “prenderà” una fotografia ciò equivarrà a rivendicare la nostra visione personale e soggettiva. L’atteggiamento e l’attitudine mentale che avremo guardando attraverso il mirino della nostra fotocamera diventeranno a poco a poco parte di noi e si manifesteranno in ogni situazione e contesto, anche in assenza della nostra fotocamera.
Certamente si diventa più scettici e possibilisti: non esiste più una verità unica e incontrovertibile, ma esistono per ogni situazione, più verità equipollenti e ciascuno potrà scegliere tra queste, quella che gli farà più comodo in quel momento o che giudicherà eticamente più giusta o più efficace per il maggior numero di individui.
Ma nel momento della scelta sarà comunque sempre consapevole di aver fatto una scelta soggettiva.
Certamente si diventa più insofferenti di fronte alla pubblicità, alle chiacchiere dei politici, agli articoli dei giornali, che mostrano in modi e misure differenti realtà soggettive – quando non addirittura fasulle – spacciandole per l’unica realtà possibile.
Credo che la fotofilosofia renda chi la pratichi più distaccato dalla realtà.
Come se in ogni situazione si assistesse ad una rappresentazione teatrale, rendendosi conto che in fin dei conti è tutta una finzione, che ciascuno sul palco interpreta la parte per la quale si è preparato per un’intera vita, o che gli è più comoda, o che suo malgrado gli è stata appioppata da qualcun altro.
Una volta che si è aperta questa breccia nella realtà, niente sarà più come prima. Talvolta la puzza di finto e superficiale sarà così forte da nauseare.
Fotografare diventerà una filosofia di vita…. e forse ciò potrà anche non piacerci.

(eloj)

FOTOGIORNALISMO E WPP

Mi chiedo se sia giusto, all’interno di un prestigioso concorso internazionale che si definisce “fotogiornalistico” utilizzare criteri di valutazione che pertengono più ad aspetti esteticoformali che non ad aspetti contenutisticoinformativi. Se non ci sia già, nella ricerca del bello, una sorta di rottura del patto tra fotografo(giornalista) e lettore. Cioè a dire: quanto del reale contenuto informativo viene sacrificato – dal fotografo prima, e dalla redazione successivamente – per inseguire aspetti compositivi e formali capaci di far presa sul lettore, che siano accattivanti e abbastanza forti da smuovere quel poco di sensibilità visiva ancora rimasta?

Per affrontare la questione cito due casi abbastanza noti:

Il primo è il caso Brian Walski, descritto anche nel libro “Un’autentica Bugia” di Michele Smargiassi.
La vicenda si svolge nel 2003: il giornalista sta coprendo la guerra in Iraq e invia alla redazione del Los Angeles Times un’immagine di un campo profughi, ottenuta unendo insieme due fotografie scattate a brevissima distanza di tempo, più o meno dal medesimo punto di ripresa. Con tale operazione, il giornalista riesce a produrre un’immagine ricca d’azione, col soldato americano che sembra intimare l’alt ad un padre con in braccio il figlio (allo stesso tempo, aggiungo io, sembra anche che qualcuno tra la folla faccia il verso con la mano al militare).
3-iraq-manipulada_triptico-ed_550Walski viene licenziato in tronco per aver tradito i principi etici del giornale, avendo effettuato una leggera manomissione della realtà, senza per altro alterare o modificare minimamente – a mio avviso – il senso e la veridicità della scena ripresa.

In questo caso quindi, il giornale in questione, antepone a tutto delle stringenti regole comportamentali, definite ipocritamente etiche; intanto mi chiedo se tra queste regole non vi fosse anche quella di non omettere dei fatti importanti che potrebbero mostrare aspetti non in linea con gli orientamenti del giornale.

In soldoni: è più dannoso per il lettore “subire” un lieve fotomontaggio oppure non ricevere parte delle informazioni su una vicenda o su un evento?

Il secondo caso riguarda più da vicino il WPP, cioè l’ambito concorso fotogiornalistico del quale sto mettendo in discussione i criteri di valutazione.
Edizione WPP del 2010. Rudik si aggiudica il podio nella categoria Sport Features con la seguente immagine:

rudikSuccessivamente viene squalificato perché i giudici, confrontando il raw con l’immagine finale hanno rilevato una manomissione contraria alle regole del WPP stesso.Vediamo di cosa si tratta:

rudik1 rudik2Il fotografo ha cancellato un’antiestetica scarpa di un personaggio in secondo piano, che andava a sovrapporsi alla mano, divenuta poi soggetto proncipale della scena.

Di nuovo mi chiedo – visto che stiamo parlando di fotogiornalismo e non di fotografia staged o di fotografia artistica – se sia giusto per il lettore osservare quell’immagine in un bianco e nero sgranato che acquisisce così una drammaticità certamente smisurata rispetto alla realtà dei fatti, e se attraverso quell’immagine il lettore sia in grado di farsi un’idea quanto più attinente al vero, della situazione ripresa.
E mi chiedo altresì se sia giusto, che in un concorso fotogiornalistico sia più grave la cancellazione di una ininfluente scarpa, piuttosto che la manomissione del senso stesso della fotografia attraverso pesanti alterazioni formali ed estetiche – perchè di questo si tratta – della realtà rappresentata.

Veniamo così alle ultime edizioni del WPP.

Devo dire che dopo aver visto i premiati dell’edizione 2013 esposti a Lucca, ho deciso che non avrei più visitato a pagamento quel genere di mostra.
Il perchè è semplice, almeno dal mio punto di vista.
In alcuni casi c’è un’estetizzazione del dramma che trovo inaccettabile trattandosi di fotogiornalismo: contraria non dico a principi etici ma più semplicemente al comune buonsenso.
E’ da capire se le varie testate giornalistiche siano costrette ad adeguarsi loro malgrado ad una crescente insensibilità del loro pubblico, oppure,  se questa insensibilità sia proprio stata generata dal bombardamento mediatico subito quotidianamente attraverso immagini sempre più eclatanti, crude e teatrali al tempo stesso.
In molti casi le fotografie premiate non sono più allusive, cioè non sono più indizi che il lettore dovrà poi ricomporre secondo la propria sensibilità, facendosi un personale quadro generale della situazione, ma divengono così esplicite da privare il lettore di una qualsiasi possibilità interpretativa.  Le vicende non sono più raccontate attraverso un meccanismo metonimico che allude alla causa mostrando l’effetto, o al tutto mostrando dei particolari, ma vengono descritte attraverso immagini così esplicite da generare talvolta raccappriccio. Ricordo ancora la serie di Stephan Vanfleteren che si è aggiudicato nle 2013 il primo premio nella categoria “staged portraits” con un lavoro su una nave ospedale ormeggiata di fronte alle coste della Guinea. Le foto esibite a Lucca non erano sicuramente tra le peggiori rispetto all’intero lavoro.

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Concludo queste poche e probabilmente imprecise considerazioni trattando un ulteriore aspetto che mi parrebbe essere emerso con le ultime edizioni del WPP e cioè quella tendenza a produrre fotografie che mostrino situazioni nelle quali i soggetti ripresi sono attori che interpretano se stessi o comunque sono ripresi in atteggiamenti e azioni che mai si sognerebbero di mettere in atto se qualcuno li stesse ossrvando; mi riferisco a scene di violenza all’interno delle mura di casa, o ad azioni teatralizzate che mostrano chiaramente l’atteggiamento recitativo assunto dai soggetti ripresi.

Stiamo ancora parlando di Fotogiornalismo, mi chiedo?
Perchè in conclusione io non critico il WPP nella sua funzione di concorso internazionale aperto ai soli professionisti; critico il fatto che esso si definisca un Concorso Fotogiornalistico.

Chissà se nel giro di pochi anni, le uniche immagini accettate dall’opinione pubblica non saranno quelle che mostrano la crudezza di un evento proprio nel momento in cui questo si consuma, come la deplorevole immagine del Viet Cong giustiziato con un colpo di rivoltella alla tempia, ripresa da Eddie Adams proprio nel momento in cui veniva premuto il grilletto da parte dell’ufficiale del Vietnam del Sud, con la quale Adams si è aggiudicato il premio Pulitzer e il WPP.

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Susan Sontag si chiedeva se quel grilletto, in assenza del fotografo, sarebbe stato comunque premuto, e forse anche Eddie Adams deve esserselo chiesto più volte, negli anni successivi.

(eloj)

LA FOTOGRAFIA A KM ZERO

C’è una sostanziale differenza tra fotografare luoghi esotici o importanti città o ambienti che possiedono una propria peculiarità e fotografare la propria città, quella cui sentiamo in quel momento di appartenere.
Nel primo caso gli spunti fotografici sono molteplici: tutto è nuovo e interessante per noi: le architetture, gli usi i costumi. Otterremo probabilmente delle buone fotografie ma – salvo rarissime eccezioni – ci saremo mantenuti sulla superficie esterna delle cose; il tal giorno ci troviamo in un luogo, scattiamo indipendentemente dalle condizioni di luce, indipendentemente dalla presenza o meno di congiunture o coincidenze particolari che possano mettere in luce aspetti profondi di quel luogo; il giorno successivo saremo in un altro posto e ricominceremo da capo.
Fotografare la propria città significa prima di tutto saper attendere e poter attendere il momento buono per scattare una certa fotografia: se un giorno il cielo sarà coperto aspetteremo il giorno successivo o la successiva occasione. Significa imbattersi nel caso propizio con maggior probabilità perchè ci troveremo a passare più e più volte dagli stessi luoghi.
Ma soprattutto significa fotografare in profondità, fotografare le proprie radici, comprendere qualcosa di più ogni giorno, di se stessi e forse del senso della propria esistenza.
Non mi sono mai sentito viareggino: in casa mia non si parlava viareggino, il carnevale l’ho “frequentato” da giovane senza mai sentirlo espressione della cultura cittadina, ho lavorato fuori città per 10 anni.
Ma adesso queste radici cominciano a farsi sentire: il senso di appartenenza si manifesta quando ti stanno a cuore le sorti di un luogo, quando ogni oltraggio perpetrato nei confronti della tua città o paese lo senti sulla tua pelle e ti fa male, quando in cuor tuo vorresti che tutti i talenti di cui quel luogo dispone venissero sfruttati e non nascosti o addirittura rubati da faccendieri senza scrupoli.
Allora uscire da soli, in bicicletta o a piedi, accompagnati dalla propria macchina fotografica è un pò andare alla ricerca di se stessi, cercando di capire quanto di quei luoghi è stato assorbito nel tempo, fino a divenire parte integrante del proprio carattere e della propria personalità.
Fotografare diventa quindi un atto di conoscenza e comprensione, diviene un processo attivo che non si limita a registrare sul sensore semplicemente qualcosa di esterno, ma bensì a proiettare sull’esterno le proprie sensazioni – come fossero un’ ulteriore sorgente di luce con cui illuminare la scena – per poi raccoglierle in una fotografia, mischiate inscindibilmente con i luoghi.
Nella meravigliosa solitudine dell’atto fotografico emergono emozioni sopite, un desiderio di riscatto per quei luoghi; fierezza e amarezza, orgoglio e mestizia si mischiano in proporzioni sempre differenti e tutto ciò entra sommessamente a far parte delle fotografie attraverso un dettaglio, un punto di ripresa particolare, una condizione di luce che al tempo stesso occulta e rinviene, nasconde e fa emergere determinati aspetti.
Tutto diviene importante per veicolare sentimenti e stati d’animo attraverso una fotografia che sia prima di tutto espressione del luogo: non è mia intenzione fotografare un’ emozione, come fosse un generico aforisma trovato all’interno di un bacio perugina; è mio interesse associare quell’emozione ad un luogo.
La distanza a cui si allude nel titolo non è però una distanza fisica; non stiamo parlando di carote o cipolle ma di fotografia. Si tratta di una distanza culturale, mentale, etica; in alcuni casi spirituale. Vi sono quindi persone – poche in realtà – capaci di fotografare a Km Zero anche in continenti differenti dal loro, in realtà sociali e culturali così diverse dalla propria. Una di queste, la prima che mi viene in mente, potrebbe essere Gino Strada…..se avesse scelto di fare il fotografo.
Queste persone – che non voglio sminuire definendole “fotografi” – utilizzano la macchina fotografica come mezzo di espressione e di indagine e hanno sviluppato una tale consapevolezza e profondità di pensiero  da esser divenuti cittadini del mondo.

(eloj)

La Fotografia come Pratica Meditativa

In queste ultime settimane, ho avuto la possibilità di fotografare per qualche ora quasi tutti i giorni, solitamente al mattino.

(foto di eloj)
(foto di eloj)

Ogni giorno in sella alla mia bicicletta ho perlustrato un quartiere di Viareggio: zone periferiche per la gran parte, che conoscevo solo superficialmente o nelle quali addirittura non ero mai stato.
La modalità e l’approccio fotografico erano però diversi dal solito: quando mi muovo con la macchina fotografica al seguito – e ciò capita spesso – ripartisco il tempo tra vivere una certa esperienza e percepirla esteticamente; i due atteggiamenti credo siano abbastanza inconciliabili tra loro.
Nel vivere una certa situazione – quando la mente è aperta – tutti i nostri sensi partecipano attivamente all’esperienza; percepirla esteticamente significa invece – per chi utilizza il mezzo fotografico come strumento di indagine e come espressione di sé – intensificare l’atto percettivo a scapito di quello partecipativo; non solo, ma è necessario orientare e convogliare in modo sinestesico le esperienze sensoriali in un risultato puramente visivo. La fotografia che scatterò dovrà – questo almeno nelle intenzioni – esprimere non soltanto ciò che ho visto ma anche i suoni e i rumori che ho sentito in quel momento, gli odori e le sensazioni corporee. La fotografia dovrà essere specchio dei miei stati d’animo nel momento dello scatto ma anche mostrare le mie perplessità, ed esplicitare le mie domande e i miei dubbi su quanto osservato.
Concordo quindi con chi asserisce che l’utilizzo del mezzo fotografico intensifichi la capacità di osservare la realtà ma al tempo stesso ritengo che ciò non significhi vivere maggiormente il presente: senza macchina fotografica si è come una carta assorbente nei confronti della vita, con la macchina si è più simili a dei setacci: si filtrano le percezioni fino a trovare la preziosa pagliuzza: quella trasposizione visiva di un’esperienza plurisensoriale. Forse una metafora ancora più calzante nei confronti dell’atteggiamento fotografico è quella di un chimico, che unendo più elementi tra loro dia luogo ad una nuova sostanza che li contiene tutti ma che è al tempo stesso diversa da ciascuno di essi: un prodotto di sintesi con caratteristiche orientate esclusivamente al senso della vista.
Nella migliore delle condizioni, una fotografia dovrebbe essere in grado di generare sinestesicamente nell’osservatore tutta una serie di sensazioni partendo dal solo input visivo.

In altre situazioni mi è capitato di fotografare più a lungo e più assiduamente rispetto a questo periodo, ad esempio in viaggio. Ho fatto qualche viaggio in solitaria di lunga durata in paesi esotici, soprattutto in Asia; già dopo qualche settimana avviene la trasformazione da turista in viaggiatore: la road map diviene un canovaccio sul quale improvvisare liberamente: trattenendosi in un luogo più a lungo del previsto o spostandosi rapidamente, quando le condizioni non siano quelle desiderate. Nessuna prenotazione; ogni scelta frutto del momento e della situazione contingente.
Sono riuscito – in rare occasioni – a percepire la sensazione di essere come una foglia trasportata dalla corrente degli eventi: accelerata in una zona turbolenta o sospinta placidamente.
Ma la fotografia – l’atto fotografico – anche in quelle circostanze è rimasto vincolato all’irripetibilità dell’esperienza: la consapevolezza che quei luoghi, quegli ambienti e quelle situazioni fossero probabilmente irripetibili, rendeva l’atto fotografico un’ occasione unica e da non perdere.C’era sempre quindi una sorta di ansia da prestazione: quelle donne in sari multicolore intente ad osservare l’orizzonte da una spiaggia sacra per gli Induisti andavano assolutamente registrate, e possibilmente nel migliore dei modi.

(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)

In queste settimane per la prima volta, fotografando nella mia città e dedicandomi ad una ricerca sui luoghi, sono riuscito ad allentare questa sensazione di irripetibilità: mi sono spostato liberamente, senza fretta, attendendo quell’incontro fortuito; e quando ciò è capitato, mi sono mosso nell’ambiente con la mente libera, senza preconcetti, con il solo scopo di comprendere; cercando di entrare in sintonia con l’ambiente.
Il leitmotiv che recita che una fotografia, sia essa un ritratto o una fotografia di paesaggio, alla fine sia sempre una sorta di autoritratto, o almeno mostri la nostra reazione nei confronti dell’osservato, si è come concretizzato: attraverso l’atto fotografico ho potuto provare una sorta di empatia non solo con l’ambiente ma con chi quell’ambiente ha vissuto: ho provato l’angoscia di colui che lavorava in quel cantiere fin quando non è stato dismesso; la tristezza del commerciante costretto a chiudere l’attività perchè non più in grado di far fronte  alle spese, ma anche la serenità dell’anziana coppia seduta su una panchina di un parco di periferia o l’amarezza di chi ha visto in questi anni la propria città piegarsi sotto il peso dell’incuria, indebolendosi giorno dopo giorno per le angherie subite.

(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)
(foto di eloj)

Ecco perchè paragono l’atto fotografico ad una pratica meditativa: ho vissuto la città, le sue piazze, gli edifici storici, i negozi chiusi e le chiese, come se avessero potuto raccogliere e conservare le emozioni e gli stati d’animo di chi quei luoghi ha frequentato nel corso degli anni, e io potessi provare, attraverso la
macchina fotografica, un concentrato di quelle stesse emozioni.
Un gran bel fotografare.

(foto di eloj)
(foto di eloj)

La fotografia è il più bel gioco d’azzardo

Mumbay - treno cittadino (foto di eloj)
Mumbai – treno cittadino
(foto di eloj)

Ogni scatto nasconde il rischio di fallimento: si può perdere l’attimo che sostanzia un evento, si può sbagliare inquadratura, dire troppo o dire troppo poco.
E tuttavia mi accorgo sempre di più, ogni anno che passa, che quelle reti che la tecnologia ha reso sempre più sicure per evitare brutte cadute, sono inutili e controproducenti.
Potrei usare la raffica per esser sicuro di cogliere il momento topico, l’espressione giusta; ma perderei così tutti gli istanti tra un fotogramma e l’altro e la scelta di quegli istanti non sarebbe la mia.
Potrei scattare decine di fotografie cambiando ogni volta inquadratura e catturando più scena di quanto sia strettamente necessario per poi a casa, scegliere tra quelle decine di fotografie quella migliore, ritagliando dall’ampia scena la porzione che più mi interessa scegliendo il formato capace di domare linee ed angoli della composizione in modo che tutti terminino o finiscano nei posti giusti; ma farei tutte queste operazioni nel silenzio dello studio e alla luce di una lampada ad incandescenza senza poter rivivere quella scintilla che mi ha fatto scendere di bicicletta per scattare in quel posto, in quel momento. E poi la noia di dover scegliere ogni volta tra decine di foto tutte simili mi farebbe ben presto passare la voglia di fotografare.
No, io scatto poco, e condivido ciò che disse Maurizio De Bonis a Rosignano durante la lettura portfolio: “sono le foto che cercano noi”.
Se in quel luogo o in quella situazione c’è una foto, la tua foto, non quella di un altro, sarà lei a cercare la tua attenzione.
Quando esco per fotografare e sono nello stato d’animo giusto, adoro muovermi per la città o su un sentiero o all’interno di un museo o di una galleria alla ricerca delle mie fotografie.
Qualche volta si presentano come attimi da cogliere rapidamente, pena la loro scomparsa: appena il tempo di regolare apertura e tempi, quando va bene, altrimenti si scatta così com’è. E in quell’istante tutto deve essere deciso simultaneamente: l’inquadratura, la focale, la distanza, il punto di ripresa che in inglese si traduce con “vantage point” e ne esprime pienamente il valore e l’importanza. Già, il punto di ripresa è fondamentale, perchè crea relazioni tra gli oggetti, introduce narrazioni, insomma, esprime noi stessi in quella fotografia.
Altre volte sono i luoghi che ci chiamano; c’è più tempo allora per trovare la nostra fotografia: l’intuizione ci ha detto che è lì, ma l’esperienza è l’unica in grado di scovarla, tra alberi ed edifici, dietro un muro o tra i piloni di un cavalcavia.
Devo dire che delle due, questa seconda modalità è quella che preferisco: esplorare il luogo, muoversi su tutto il perimetro, attraversarlo girandosi spesso, per vedere cosa stiamo ignorando alle nostre spalle. E’ un pò come scandagliare la spiaggia all’imbrunire col cercametalli: prima silenzio, poi un flebile beep, poi sempre più forte, a quel punto si scava: l’eccitazione sale, ecco c’è qualcosa. Spesso può trattarsi di una vite arrugginita, una lattina…ma qualche volta può essere una moneta o un anello e ce lo portiamo a casa felici e realizzati.
Scatto poco e taglio pochissimo: le inquadrature sono spesso, ma direi quasi sempre, quelle scelte al momento dello scatto. Questo impone una disciplina e un’attenzione in fase di scatto che rende l’atto fotografico simile a quello di centrare un bersaglio con un’ arma di precisione o meglio con un arco. In questa accezione trovo valido il termine inglese “shoot”, che significa sparare ma anche scattare una fotografia: c’è la stessa concentrazione, la stessa respirazione, la stessa solennità: sei consapevole di avere poche frecce nella faretra e devi scoccarle bene se vuoi fare centro.

New Deli - taxi (foto di eloj)
Mumbai – taxi
(foto di eloj)