LA FOTOGRAFIA A KM ZERO

C’è una sostanziale differenza tra fotografare luoghi esotici o importanti città o ambienti che possiedono una propria peculiarità e fotografare la propria città, quella cui sentiamo in quel momento di appartenere.
Nel primo caso gli spunti fotografici sono molteplici: tutto è nuovo e interessante per noi: le architetture, gli usi i costumi. Otterremo probabilmente delle buone fotografie ma – salvo rarissime eccezioni – ci saremo mantenuti sulla superficie esterna delle cose; il tal giorno ci troviamo in un luogo, scattiamo indipendentemente dalle condizioni di luce, indipendentemente dalla presenza o meno di congiunture o coincidenze particolari che possano mettere in luce aspetti profondi di quel luogo; il giorno successivo saremo in un altro posto e ricominceremo da capo.
Fotografare la propria città significa prima di tutto saper attendere e poter attendere il momento buono per scattare una certa fotografia: se un giorno il cielo sarà coperto aspetteremo il giorno successivo o la successiva occasione. Significa imbattersi nel caso propizio con maggior probabilità perchè ci troveremo a passare più e più volte dagli stessi luoghi.
Ma soprattutto significa fotografare in profondità, fotografare le proprie radici, comprendere qualcosa di più ogni giorno, di se stessi e forse del senso della propria esistenza.
Non mi sono mai sentito viareggino: in casa mia non si parlava viareggino, il carnevale l’ho “frequentato” da giovane senza mai sentirlo espressione della cultura cittadina, ho lavorato fuori città per 10 anni.
Ma adesso queste radici cominciano a farsi sentire: il senso di appartenenza si manifesta quando ti stanno a cuore le sorti di un luogo, quando ogni oltraggio perpetrato nei confronti della tua città o paese lo senti sulla tua pelle e ti fa male, quando in cuor tuo vorresti che tutti i talenti di cui quel luogo dispone venissero sfruttati e non nascosti o addirittura rubati da faccendieri senza scrupoli.
Allora uscire da soli, in bicicletta o a piedi, accompagnati dalla propria macchina fotografica è un pò andare alla ricerca di se stessi, cercando di capire quanto di quei luoghi è stato assorbito nel tempo, fino a divenire parte integrante del proprio carattere e della propria personalità.
Fotografare diventa quindi un atto di conoscenza e comprensione, diviene un processo attivo che non si limita a registrare sul sensore semplicemente qualcosa di esterno, ma bensì a proiettare sull’esterno le proprie sensazioni – come fossero un’ ulteriore sorgente di luce con cui illuminare la scena – per poi raccoglierle in una fotografia, mischiate inscindibilmente con i luoghi.
Nella meravigliosa solitudine dell’atto fotografico emergono emozioni sopite, un desiderio di riscatto per quei luoghi; fierezza e amarezza, orgoglio e mestizia si mischiano in proporzioni sempre differenti e tutto ciò entra sommessamente a far parte delle fotografie attraverso un dettaglio, un punto di ripresa particolare, una condizione di luce che al tempo stesso occulta e rinviene, nasconde e fa emergere determinati aspetti.
Tutto diviene importante per veicolare sentimenti e stati d’animo attraverso una fotografia che sia prima di tutto espressione del luogo: non è mia intenzione fotografare un’ emozione, come fosse un generico aforisma trovato all’interno di un bacio perugina; è mio interesse associare quell’emozione ad un luogo.
La distanza a cui si allude nel titolo non è però una distanza fisica; non stiamo parlando di carote o cipolle ma di fotografia. Si tratta di una distanza culturale, mentale, etica; in alcuni casi spirituale. Vi sono quindi persone – poche in realtà – capaci di fotografare a Km Zero anche in continenti differenti dal loro, in realtà sociali e culturali così diverse dalla propria. Una di queste, la prima che mi viene in mente, potrebbe essere Gino Strada…..se avesse scelto di fare il fotografo.
Queste persone – che non voglio sminuire definendole “fotografi” – utilizzano la macchina fotografica come mezzo di espressione e di indagine e hanno sviluppato una tale consapevolezza e profondità di pensiero  da esser divenuti cittadini del mondo.

(eloj)

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