La fotografia è il più bel gioco d’azzardo

Mumbay - treno cittadino (foto di eloj)
Mumbai – treno cittadino
(foto di eloj)

Ogni scatto nasconde il rischio di fallimento: si può perdere l’attimo che sostanzia un evento, si può sbagliare inquadratura, dire troppo o dire troppo poco.
E tuttavia mi accorgo sempre di più, ogni anno che passa, che quelle reti che la tecnologia ha reso sempre più sicure per evitare brutte cadute, sono inutili e controproducenti.
Potrei usare la raffica per esser sicuro di cogliere il momento topico, l’espressione giusta; ma perderei così tutti gli istanti tra un fotogramma e l’altro e la scelta di quegli istanti non sarebbe la mia.
Potrei scattare decine di fotografie cambiando ogni volta inquadratura e catturando più scena di quanto sia strettamente necessario per poi a casa, scegliere tra quelle decine di fotografie quella migliore, ritagliando dall’ampia scena la porzione che più mi interessa scegliendo il formato capace di domare linee ed angoli della composizione in modo che tutti terminino o finiscano nei posti giusti; ma farei tutte queste operazioni nel silenzio dello studio e alla luce di una lampada ad incandescenza senza poter rivivere quella scintilla che mi ha fatto scendere di bicicletta per scattare in quel posto, in quel momento. E poi la noia di dover scegliere ogni volta tra decine di foto tutte simili mi farebbe ben presto passare la voglia di fotografare.
No, io scatto poco, e condivido ciò che disse Maurizio De Bonis a Rosignano durante la lettura portfolio: “sono le foto che cercano noi”.
Se in quel luogo o in quella situazione c’è una foto, la tua foto, non quella di un altro, sarà lei a cercare la tua attenzione.
Quando esco per fotografare e sono nello stato d’animo giusto, adoro muovermi per la città o su un sentiero o all’interno di un museo o di una galleria alla ricerca delle mie fotografie.
Qualche volta si presentano come attimi da cogliere rapidamente, pena la loro scomparsa: appena il tempo di regolare apertura e tempi, quando va bene, altrimenti si scatta così com’è. E in quell’istante tutto deve essere deciso simultaneamente: l’inquadratura, la focale, la distanza, il punto di ripresa che in inglese si traduce con “vantage point” e ne esprime pienamente il valore e l’importanza. Già, il punto di ripresa è fondamentale, perchè crea relazioni tra gli oggetti, introduce narrazioni, insomma, esprime noi stessi in quella fotografia.
Altre volte sono i luoghi che ci chiamano; c’è più tempo allora per trovare la nostra fotografia: l’intuizione ci ha detto che è lì, ma l’esperienza è l’unica in grado di scovarla, tra alberi ed edifici, dietro un muro o tra i piloni di un cavalcavia.
Devo dire che delle due, questa seconda modalità è quella che preferisco: esplorare il luogo, muoversi su tutto il perimetro, attraversarlo girandosi spesso, per vedere cosa stiamo ignorando alle nostre spalle. E’ un pò come scandagliare la spiaggia all’imbrunire col cercametalli: prima silenzio, poi un flebile beep, poi sempre più forte, a quel punto si scava: l’eccitazione sale, ecco c’è qualcosa. Spesso può trattarsi di una vite arrugginita, una lattina…ma qualche volta può essere una moneta o un anello e ce lo portiamo a casa felici e realizzati.
Scatto poco e taglio pochissimo: le inquadrature sono spesso, ma direi quasi sempre, quelle scelte al momento dello scatto. Questo impone una disciplina e un’attenzione in fase di scatto che rende l’atto fotografico simile a quello di centrare un bersaglio con un’ arma di precisione o meglio con un arco. In questa accezione trovo valido il termine inglese “shoot”, che significa sparare ma anche scattare una fotografia: c’è la stessa concentrazione, la stessa respirazione, la stessa solennità: sei consapevole di avere poche frecce nella faretra e devi scoccarle bene se vuoi fare centro.

New Deli - taxi (foto di eloj)
Mumbai – taxi
(foto di eloj)
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