STUDIUM E PUNCTUM – RISPOSTA SEMISERIA A BARTHES

Osservare i lavori di altri rappresenta sempre e comunque un momento di crescita personale. E perché ciò sia proficuo è necessario entrare in relazione con l’opera: capirne la genesi, le motivazioni, la finalità, inserire il lavoro nel contesto del continuum produttivo dell’autore. Ogni tassello rappresenta un piccolo passo sulla difficile strada che conduce alla comprensione dell’opera.

Spesso però ci sentiamo irrimediabilmente attratti da un’immagine in modo quasi viscerale, senza comprendere il motivo di tale attrazione, e ciononostante il nostro appagamento è totale.
E’ come se quell’opera risuonasse in nostra presenza, come fosse stata lì ad attendere il nostro passaggio per mostrarci qualcosa di intimo e personale. Forse in quelle circostanze, più che osservare il dipinto o la fotografia, ci specchiamo in essa fino a riconoscere in quei segni, in quelle tracce del reale, aspetti della nostra vita e della nostra personalità.

Talvolta può essere un colore ad attrarci

foto di eloj
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foto di eloj

talaltre ci riconosciamo nelle forme di un soggetto

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foto di eloj

o riconosciamo una persona a noi cara

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foto di eloj

ci sono casi poi,  in cui una fotografia sembra essere un fotogramma estratto dal film della nostra vita.

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foto di eloj

 

E quando ci capita di fermarci a lungo di fronte ad un’ opera, in atteggiamento contemplativo, in realtà stiamo soltanto cercando il nostro riflesso, confuso e nascosto in una miriade di altri riflessi…..

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foto di eloj

 

…perchè, parliamoci chiaro:  ogni lavoro artistico, se ben fatto,  ha qualcosa di personale da dire a ciascuno di noi!

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HO INCONTRATO DUCHAMP ALL’ESSELUNGA

fleur de sel de Camargue - foto di eloj
fleur de sel de Camargue – foto di eloj

Stamattina di fronte allo scaffale del sale al supermercato ho avuto una folgorazione: accanto alle confezioni da kg di sale fino e grosso a prezzi che oscillavano tra i 20 e gli 80 centesimi ho visto una confezione cilindrica di cartone con tappo in sughero che mi è subito risultata familiare.
Si tratta di “fleur de sel de Camargue” cioè quella cristallizzazione sottile che si forma sulla superficie dello strato di sale, ancor prima che l’acqua nelle vasche della salina sia completamente evaporata, che viene raccolta ancora a mano dai “Sauniers” e – dicono – abbia caratteristiche organolettiche più pregiate rispetto al comune sale che poi verrà raccolto con mezzi meccanizzati.

Salina du Midi di Aigues Mortes - foto di eloj
Salina du Midi di Aigues Mortes – foto di eloj

Ebbene ricordo di aver comprato quella scatoletta cilindrica durante la visita alla Salina du Midi di Aigues Mortes. L’ho comprata non con l’intenzione di usarne il contenuto in cucina ma per avere un ricordo di quella visita, un oggetto tangibile e duraturo da poter mettere nella vetrinetta insieme agli altri “ricordi di viaggio”. Ogni oggetto in quella vetrina ha un sapore particolare per me, mi riporta immediatamente al luogo e al posto in cui è stato acquistato o trovato o reperito. Non si tratta di pezzi di valore, o almeno quasi nessuno: hanno per me una valenza affettiva e rammemorativa.

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tazzina per il chai – foto di eloj

L’oggetto a cui sono più affezionato è una tazzina di terracotta fatta a mano nella quale mi è stato servito il tè su un treno indiano, in una di quelle soste in stazione durante le quali decine di venditori entrano nei vagoni proponendo la loro mercanzia, per poi ridiscenderne un attimo prima che il treno riparta: si tratta di una tazzina usa e getta, come potrebbe essere un bicchiere di plastica dalle nostre parti, solo fatta in terracotta. La conservo come una reliquia perché ogni volta che la riprendo in mano e ne percepisco la rugosità mi riporta a quel viaggio, a quel trasferimento in treno e soprattuto mi parla di una cultura completamente differente dalla mia, dove è più conveniente e forse pratico usare la terracotta al posto della plastica.
Stamattina lo stupore è stato duplice: intanto per aver ritrovato all’Esselunga di Viareggio la stessa confezione comprata in Camargue dove essa viene prodotta, e poi per averla pagata soltanto dueeuroesettantuno contro i quattro o cinque spesi nella terra d’origine.

readymade - tratto da internet
readymade – tratto da internet

Non ho potuto non pensare a Duchamp e ai suoi ready made, cioè a quegli oggetti d’uso comune – il più famoso dei quali è il famoso orinatoio firmato con lo pseudonimo R. Mutte e datato 1917 – che posizionati in un museo o in una galleria espositiva si trasformavano in oggetti d’arte.
Questa idea Duchampiana che poneva l’artisticità di un oggetto non più in una sua qualità estetica, fisica o realizzativa ma in una semplice dichiarazione di artisticità da parte dell’artista (e ovviamente del gallerista che lo assecondava esponendo l’opera in uno spazio pubblico) ha sconvolto nei primi anni del 900 gli ambienti artistici e tutt’ora ha ricadute positive e negative sull’arte contemporanea.
Positive perché questo terremoto ideologico ha aperto le porte di musei e gallerie a forme ed espressioni artistiche nuove; negative perché in questo marasma produttivo diventa veramente difficile ritrovare una matrice artistica oggettiva dipendente da qualche criterio condiviso.

art basel - foto di eloj
art basel – foto di eloj
art basel - foto di eloj
art basel – foto di eloj

Girando per fiere dell’arte e gallerie in giro per l’Europa, non è difficile per me riscontrare nelle opere esposte quest’idea Duchampiana di arte come dichiarazione: mi capita di vedere spesso opere sia fotografiche che pittoriche ma soprattutto istallazioni che mi portano obbligatoriamente a chiedermi se sia io a non possedere gli strumenti giusti per apprezzarle o se non siano piuttosto queste opere, degli enormi ammassi di ready-made per i quali sia necessario compiere un atto di fiducia per definirli “artistici”. Credo che la verità stia nel mezzo.
Ma torniamo per concludere a Duchamp incontrato all’esselunga.
Le confezioni si differenziano soltanto per una copertura illustrata in carta tutt’intorno alla confezione, che mostra l’ambiente delle saline con qualche fenicottero e una scritta in caratteri più grandi su sfondo chiaro che risulta più leggibile rispetto a quella dell’altra confezione, che esibisce scritte più piccole e una delicata riproduzione a matita dei luoghi; per il resto le confezioni sono identiche così come il loro contenuto.
Nel metterle vicine per il confronto e nel mostrarle ad un familiare ho finito per non essere più certo di quale sia delle due l’“ORIGINALE”. “Ma sono uguali!” mi si potrebbe rispondere, “che differenza vuoi che faccia se nella vetrina metti una o l’altra?”
Ma come? Allora le parole di Duchamp non vogliono dire niente?
Quelle due confezioni hanno per me delle valenze completamente differenti: una è un ricordo di un viaggio e di un luogo, che ho scelto di acquistare tra altri souvenirs più o meno pacchiani e di custodire gelosamente nella mia vetrinetta mostrandola agli amici insieme alle uova di struzzo decorate, alle zanne di facocero e alle zucche Peruviane intagliate con storie contadine; l’altra è un pregiato sale da cucina da usarsi con parsimonia e da esibire magari durante qualche cena con amici. Ma tutte queste valenze attribuite ad una confezione sono soltanto sovrastrutture mentali, connotazioni che io appiccico in modo soggettivo a quella confezione senza alcun legame con proprietà o caratteristiche dell’oggetto in sé.
Ora finchè non sarò tornato all’Esselunga per accertarmi di quale sia la confezione acquistata stamattina, le lascerò intatte entrambe: non potrei mai perdonarmi il fatto di aver aperto la confezione sbagliata e non potrei mai mettere il sale dell’Esselunga nella vetrinetta insieme agli altri cari ricordi.
E tutto ciò non solo è lecito ma anche ragionevole, come è ragionevole osservare l’orinatoio di Duchamp (in realtà una copia autenticata di quello originale che è andato perduto) nella Galleria Nazionale a Roma ripensando alla rivoluzione artistica e culturale che esso ha determinato, e usare invece le molteplici copie presenti nei bagni degli autogrill sull’autostrada per svolgere la più ordinarie ma altrettanto soddisfacenti funzioni fisiologiche quotidiane.

“LA FOTOGRAFIA CHE MI RIGUARDA”

la gioconda - tratta da internet
la gioconda – tratta da internet

“La fotografia che mi riguarda”. Per un attimo mi è venuta voglia di prendere una bomboletta di nero e scrivere questa frase sulla parete bianca del mio studio.
Ti lasci alle spalle le regole per vedere se sia possibile, in quello spazio sospeso, cogliere un reale altro, non quello che ci continuano a dire sia il reale degno di essere ammirato; quell’altro, tutto il resto, che è enormemente maggiore: il reale di passaggio, di transito, di sbieco, graffiato, quello storto, quello sfocato; un reale altro osservato in un modo altro. Non in piedi, con la testa vuota di pensieri davanti ad un vetro spesso, accanto a sconosciuti a guardare un quadretto che ci hanno detto essere uno dei risultati migliori che l’uomo abbia mai prodotto; ma SOLO, con la testa piena di pensieri senza alcun vetro davanti a guardare quello che nessuno ci ha mai detto di guardare e provare a farlo sdraiati, a testa in giù, appesi ad un filo, correndo, in tutti i modi in cui nessuno mai lo farebbe.
Poi, il compito più difficile arriva dopo, prima che tutto torni ordinario anche nella mente di chi ha sperimentato l’extra-ordinario….o  il sub-ordinario, che è ancora meglio perché allude alla straordinarietà dell’atteggiamento. Prima…… che le vacanze scolastiche dove si guardano solo i bei monumenti, i depliant che mostrano soltanto le belle spiagge, i cartelloni pubblicitari che mostrano soltanto belle famiglie e bei corpi, le guide turistiche che ti guidano verso il bello….prima che tutto questo prenda di nuovo il sopravvento.
Non c’è niente di legale in tutto ciò, è tutto stramaledettamente illegale, è una continua trasgressione dello sguardo e della narrazione.
Io redivivo Neo (n.d.r. Matrix) mi sono gettato nelle braccia di Morpheus e ho assaggiato un po’ di quella insipida pappetta al posto della solita succulenta bistecca: mi è piaciuta il giusto devo dire – ci vuole tempo – ma mi ha lasciato un piacevole sapore in bocca e soprattutto ora sono più leggero.

L’ARTE DI SCOPERTA

foto di eloj
foto di eloj

Si può fare arte stando fermi?
Senza muovere un solo muscolo del corpo?
Senza utilizzare alcuno strumento o materiale?
Io credo di sì: si può fare arte di scoperta, individuando elementi od oggetti nella realtà circostante, che spogliati delle loro precipue peculiarità e funzioni “native”, possono trasformarsi in qualcosa d’altro assumendo valenze e significati nuovi.
Fare arte spesso presuppone una trasformazione nel rapporto che lega oggetto e fruitore. Nel caso più tipico, il gesto artistico modifica le qualità di un corpo o di una superficie attraverso aggiunte o sottrazioni di materia, con l’intento di raggiungere un determinato risultato visivo o comunque esperibile attraverso gli organi di senso. Il pittore aggiungerà pigmento sulla tela, lo scultore toglierà materia dal marmo o da un pezzo di legno, il musicista, agendo sul proprio strumento produrrà suoni, lo scrittore aggiungerà segni su un foglio bianco decifrabili attraverso un codice linguistico condiviso con altri.
Ma il rapporto tra oggetto e fruitore può essere trasformato anche indicando un nuovo modo di vedere la realtà; e per far questo talvolta è necessario modificare il contesto per eliminare eventuali elementi di disturbo, talaltre è sufficiente assegnare un nuovo nome all’oggetto per far sì che anche gli altri, possano vedere quell’oggetto con occhi diversi, decidendo poi se condividere o rifiutare quella nuova visione.
Questa seconda modalità di fare Arte, sembrerebbe, per come è stata descritta, non richiedere alcuno sforzo fisico…..purtroppo non è sempre così.

foto di eloj
foto di eloj

Avevo notato questo tronco straccato dal mare e subito avevo visto in quelle linee forti analogie con un crocifisso di Giotto o di Cimabue: vedevo in quelle curve la torsione del busto, le gambe flesse con i piedi giunti inchiodati alla croce, con le braccia alte sopra le spalle a seguito del cedimento del corpo verso il basso, con la testa inerme che diviene un tutt’uno col torace.
Così la mattina seguente sono andato di buon ora a fare qualche fotografia, prima che la spiaggetta si popolasse…..ed è cominciato il lavoro!
Ho tolto gli altri legni ammassati irrispettosamente sulla mia opera, poi ho girato leggermente il tronco così da creare un’ombra armonica sulla sabbia. Era molto pesante: sono riuscito a ruotarlo di pochi gradi prima che si incagliasse. Poi ho pulito alla meglio la sabbia tutt’intorno togliendo tappi di birra, mozziconi di sigaretta e cercando di pareggiare un po’ buche e avvallamenti vari. Mentre scattavo, sentivo che quel tronco stava diventando parte di me: era come se avessi riesumato un antico reperto archeologico nascosto da un sottile strato di terra, e dopo averlo ripulito esso fosse adesso visibile a tutti nel suo splendore e nella sua magnificenza. Si trattava adesso di portar via quella merviglia – almeno ai miei occhi – e metterla al sicuro; già, ma come?

Con un amico sono ritornato alla spiaggetta nel pomeriggio; dopo i primi infruttuosi tentativi di spostarlo, abbiamo usato un altro grande tronco cilindrico come rullo; aiutati da altre due persone abbiamo alzato il tronco, messo sotto il rullo, spinto: il metodo si è rivelato funzionare e siamo riusciti a guadagnare il mare.
Dalla spiaggia sarà sembrato che stessimo trasportando un cetaceo o un delfino spiaggiato.
Arrivati di fronte allo stabilimento balneare i cui proprietari avevano gentilmente accettato di ospitarlo, abbiamo cercato un modo per tirare fuori dall’acqua quell’esemplare arboreo di tre metri e mezzo e del peso di più di duecento chilogrammi. Dopo innumerevoli sforzi e tentativi falliti abbiamo trovato una procedura efficace che consisteva nel ribaltarlo quattro o cinque volte, disegnando una sorta di arco di circonferenza di due metri circa, e poi, nell’ultimo ribaltamento, mantenerlo in equilibrio su uno sperone posizionato circa nel centro e ruotarlo sul piano orizzontale di circa 160 gradi, e così via di seguito. Dopo due ore di lavoro siamo riusciti a fargli compiere i circa centocinquanta metri che lo separavano dalle cabine. Eravamo esausti e pieni di sabbia, ma soddisfatti!
Adesso non resta che dargli una ripulita, una mano di coppale e trovare un ambiente dove possa far degna mostra di sè.

L’ETERNO E L’EFFIMERO

foto di eloj
foto di eloj

Alla National Gallery di Londra, come in tutti gli altri musei e gallerie che ho visitato in quella città, ad eccezione della National Portrait Gallery, si può fotografare.
Dubito però che il personale di servizio presente nella sala in cui è esposto il ritratto d’uomo di Antonello da Messina abbia mai visto un turista scattare una serie di fotografie, tutte allo stesso quadro, dalla stessa posizione e senza modificare le impostazioni della macchina; quel qualcuno ero io.
Ma c’è un motivo ben preciso che mi ha spinto a farlo: soffermandomi per un po’ di fronte a questo splendido ritratto avevo notato un impercettibile movimento di fronte alla tavola; ebbene un invisibile filamento manteneva sospeso a mezz’aria un piccolo batuffolo di polvere fluttuante sulla campitura delimitata dalla cornice, sotto l’azione delle correnti d’aria. Un dipindo di quasi 600 anni, acquistato nel 1883 dalla National Gallery e probabilmente esposto nello stesso anno veniva perturbato e percepito da un osservatore non più come qualcosa di immobile ed immutabile nel tempo e nello spazio ma piuttosto come una configurazione visiva mutevole e diversa in ogni istante. Grazie al lavoro non accuratissimo della squadra che si occupa delle pulizie, ho potuto assistere ad una sorta di animazione o meglio “rianimazione solo per i miei occhi” di questo ritratto di quasi 600 anni. Un’esperienza elettrizzante ed irripetibile direi: un luogo per antonomasia custode della memoria collettiva, mette in scena uno spettacolo riservato ad un solo spettatore!

TRE DIFFERENTI VERSIONI DI UNA FOTOGRAFIA DI GHIRRI

foto di Luigi Ghirri
foto di Luigi Ghirri

Ghirri Luigi è noto a tutti in ambito fotografico-culturale, come nome, pochi ne conoscono la reale e complessa poetica che poi si manifesta nelle sue fotografie, o meglio nei suoi libri intesi come fine ultimo del suo lavoro. Io ho visto la punta dell’iceberg attraverso alcune mostre a lui dedicate e sto annaspando nell’acqua diaccia per cercare di vedere cosa c’è sotto, documentandomi e leggendo qualcosa a suo riguardo…ma la strada è ovviamente lunga.
Di certo una delle tematiche che spesso ricorrono in molte sue fotografie è il fatto che la realtà è così popolata e satura di immagini, proposte in varie modalità e dimensioni, che talvolta risulta difficile discernere tra ciò che è reale e ciò che ne è una sua rappresentazione: realtà e sua riproduzione si mischiano dando origine a situazioni talvolta paradossali o a “pseudo-fotomontaggi” in quanto già presenti nella realtà. Cito le sue parole: “la realtà in larga misura si va trasformando sempre più in una colossale fotografia e il fotomontaggio è già avvenuto è nel momento reale” (Kodachrome 1979).”

A tal proposito, c’è una sua fotografia dal titolo Engelberg 1972, pubblicata su “Kodachrome” che ho visto anche in mostra a Reggio Emilia che mi ha incuriosito.
Mostra tre persone ritratte di profilo che passeggiano su un marciapiede a fianco del quale campeggia un enorme cartellone pubblicitario della Sprite che copre la visuale su un cantiere edile occultando al tempo stesso un meraviglioso paesaggio montano, sostituito da un’ imponente cascata in celluloide, forse sud americana.
E’ visibile nella parte superiore dell’immagine una sorta di carrucola penzolante da una gru all’interno del cantiere, che può benissimo leggersi come se questo enorme cartellone pubblicitario fosse sostenuto e tenuto in quella posizione proprio da quella gru, con l’intenzione di sostituire il paesaggio reale con quello virtuale.

foto di Luigi Ghirri
foto di Luigi Ghirri
foto di Luigi Ghirri
foto di Luigi Ghirri

Insomma sono presenti in questa fotografia alcuni dei temi di Ghirri ma c’è un fatto: ho visto già 3 riproduzioni differenti di questa fotografia e credo che i differenti tagli tolgano, oltre ad una porzione di immagine, anche elementi significativi e significanti nell’ambito della fotografia Ghirriana. La foto pubblicata su Kodachrome mostra infatti delle meravigliose montagne sullo sfondo, di cui sono visibili le vette parzialmente innevate; l’aspetto incongruo e paradossale di “nascondere” un così ameno paesaggio dietro un falso ambiente completamente avulso dal contesto Svizzero e la sensazione che i tre soggetti non si accorgano della differenza è per me intensificata dalla visibilità di quelle montagne che nelle altre due immagini – una presa dall’archivio lombardo e l’altra riprodotta sul catalogo della retrospettiva su Ghirri allestita al MAXXI di Roma – sono a poco a poco escluse fino a mostrarne una sottile striscia.

LA FORZA DEI SIMBOLI, DEGLI AVVERBI E DELLA PUNTEGGIATURA AI TEMPI DI FACEBOOK

emoticonAllora, questa strana pantalassa che tutti criticano ma che tutti usano – io in primis – che è facebook, talvolta genera comportamenti e consuetudini che nemmeno i più eccentrici sviluppatori software, nelle loro avveniristiche sedi, con scaccolatori e grattatori d’orecchi comandati col pensiero che girano continuamente tra le postazioni di questi Wati (che fa più rima con Water) della programmazione, con lattine di coca cola che da sole fanno karakiri tirandosi la linguetta e svuotandosi con un’abile piroetta nelle gole di questi codificatori trascendenti e transgender, potevano prevedere.
Infatti le loro fulgide menti sono arrivate a concepire fondamentalmente due modi con i quali è possibile dichiarare il proprio apprezzamento per qualcosa che viene pubblicato da amici, conoscenti o semplici stalker: il tastino “mi piace” e il commento.
Il “mi piace” fattosi tasto viene usato con tutta una serie di valenze e sfumature differenti: dal semplice “ho letto ma non pensare che condivida” a “ho letto e condivido” fino ad arrivare al “mi piace ciò che hai scritto o postato”. Frequentando una pagina od un gruppo, si capisce ben presto quale tra questi gradi di consenso sia da intendersi come giusto in quel contesto: generalmente in un gruppo dove i membri postano ad esempio le loro immagini il tastino esprime reale apprezzamento mentre di contro, in una sfilza di commenti relativi ad un argomento, il mi piace messo da chi ha proposto l’argomento sotto ogni commento altrui significa semplicemente “ho letto e ti ringrazio per aver alimentato il mio ego di scrittore-argomentatore e spero che tu continui per sempre a leggere le mie cose”.
Insomma: direi che in un certo contesto il significato del tastino “mi piace” diviene oggettivo e comprensibile da tutti coloro che quel contesto praticano e frequentano.

Poi ci sono i commenti! E’ ovvia la loro funzione o almeno così credevo: con essi è possibile argomentare, spiegare perché quel post ci piaccia o perché abbia destato il nostro interesse; è possibile anche manifestare con il commento il nostro disappunto, visto che non esiste – ancora – il pulsantino “non mi piace”. Insomma, ogniqualvolta si senta la necessità di esplicitare le proprie argomentazioni si può ricorrere al commento. Il commento, a differenza del tastino “mi piace” esprime di per sé un livello di attenzione maggiore nei confronti dell’argomento postato perché colui che ne fa uso sente la necessità di concettualizzare le sue riflessioni o il suo condividere o disapprovare (in quest’ultimo caso è bene andare con i guanti di velluto perché la rete è piena di gente permalosetta con la codina di paglia pronta ad incendiarsi alla prima parola non compresa nel modo corretto) quanto letto od osservato.
E invece non è così: ci sono svariati modi di utilizzare lo spazio per i commenti, molti di questi intendono essere nella mente di chi li inserisce dei superlativi, tipo: “mi piacissima” o “mi piacerrima” o “mipiacemipiacemipiace” (in questo caso parafrasando l’etichetta del vino EST EST EST), e visto che utilizzare le sole lettere produrrebbe qualcosa di sgradevole alla vista, si sostituiscono le parole con le faccine: si mette una faccina sorridente, o una faccina che strizza l’occhio, o una con le gotine rosse per ringraziare e esprimere contemporaneamente modestia per l’immeritato commento.
Ma non basta, si mettono sequenze di faccine tutte uguali per rafforzare ulteriormente il concetto, oppure si mettono faccine e punti esclamativi per “scrivere sulla pietra” il “mi piace”.
Da ultimo, si sta sviluppando un ulteriore filone, anche questo non previsto dei maghetti del codice: l’uso di avverbi, solitamente di quantità, che nella lingua italiana vengono associati ad aggettivi per definirne estensioni o contrazioni: ad esempio quasta zuppa è molto buona significa che non è soltano buona ma è qualcosa di più. Ebbene, su facebook, si è sviluppata una sorta di licenza poetica che prevede avverbi di quantità bastevoli a se stessi, capaci di vivere autonomamente di luce propria. E allora sotto una foto si può leggere “molto” o in alcuni casi anche “molto..molto”. Ma io mi chiedo “molto che?: Molto bella, molto brutta molto puzzolente, molto comune o molto originale oppure molto grande o molto piccola….
Non si finisce mai di imparare nella vita…..e nemmeno di disimparare se è per questo!

VOGLIO SOGNARE A OCCHI CHIUSI

foto di eloj
foto di eloj

Ormai è praticamente impossibile poter sognare ad occhi aperti: entrerà sempre qualche stonatura nel campo visivo, che ti riporterà immediatamente con i piedi per terra…e addio sogni.
Ma sognare ad occhi chiusi è ancora possibile, anzi, diventa un’ opportunità da non lasciarsi assolutamente sfuggire.
Sì, perché sognare significa fare esperienze sintetiche ogni volta diverse, gratis e senza particolari pericoli…se non quello abbastanza raro di presagire il proprio futuro, e rimanerne delusi.
Chi sogna, o meglio, chi ricorda i sogni – perché ci dicono gli esperti che tutti sognano – è un privilegiato: sa che dopo il lavaggio serale dei denti la vita continua, ci saranno incontri, scenari, avventure, paure e gioie da ricordare al mattino, e aver dormito non sembrerà così una morte leggera – tempo sottratto alla vita – ma bensì un’esperienza talvolta migliore di quelle vissute ad occhi aperti.
E allora è d’obbligo, per quelli come me che solo in rari casi ricordano vaghe scene sbiadite che si dissolvono nell’arco di pochi secondi, imparare a sognare come si deve.
Josè Silva diceva di bere un bicchier d’acqua e dichiarare i propri intenti con aspirazioni da sognatori incalliti, prima di addormentarsi; qualcuno suggerisce di mettere un taccuino sul comodino – e adesso che ho girato il letto in camera nemmeno quello ho a portata di mano – così da poter appuntare, appena svegli, qualche traccia che ci consenta di mantenere il sogno vivo e presente alla nostra coscienza, prima che si dissolva come una bolla di sapone.
Queste esperienze sintetiche ottenute attraverso processi di rielaborazione quali miscelazione, sovrapposizione o moltiplicazione, potrebbero essere una fonte preziosa di idee per creativi, scrittori e artisti.
Già,  ma come si impara a sognare? E’ possibile seguire un percorso pratico teorico che conduca anche i dormienti ciechi a rivedere finalmente la luce, a riparare e ad accendere l’arrugginito proiettore mentale, caricandolo ogni sera con pellicole nuove e affascinanti?
Esistono workshop, così gettonati in questo periodo, che insegnino a sognare e a farlo nel miglior modo possibile? Io pagherei certamente per un seminario che mi desse la certezza –soddisfatto o rimborsato – di poter ricordare ogni mattina almeno un sogno fatto durante la notte o anche un minuto prima di alzarmi, tanto non fa differenza, e avere il tempo di appuntarlo su un taccuino per poi elaborarlo e magari tirarci fuori una fotografia o uno scritto.

I FOTOESPRESSIVI FANNO SEMPRE E SOLTANTO SELFIE

selfie - foto di eloj
selfie – foto di eloj

Non mi basta capire le fotografie, voglio capire soprattutto CHI fa quelle fotografie, e metto in conto di sbagliare più e più volte senza però rinunciare a voler considerare una fotografia come espressione delle idee e delle opinioni di chi l’ha fatta, e anche del modo in cui quelle idee e quelle opinioni sono affiorate a livelli consapevoli. In sostanza, il mio fine ultimo non è quello di capire le fotografie, io voglio capire l’essere umano nelle sue infinite manifestazioni e per farlo devo anche capire le fotografie.
Per far questo ho bisogno di ambienti nei quali trovare persone che facciano fotografie non per mostrare agli altri quanto siano bravi – ricercandone spesso il consenso anche a scapito delle proprie personali propensioni – ma per una lacerante e incontenibile necessità espressiva. Ho bisogno di contesti che non stilino classifiche insulse e controproducenti, che non decretino cosa è meglio di cosa, col conseguente risultato di orientare a poco a poco il gusto e le opinioni altrui. Che poi ciascuno abbia il desiderio di vedere il proprio lavoro riconosciuto e valorizzato fuori dai ridotti confini di un gruppo, questo è più che plausibile, ma la molla, la forza propulsiva a monte di tutto, deve essere un’altra: il desiderio di raccontarsi, un pezzetto alla volta, un fotogramma alla volta e raccontandosi agli altri, capire qualcosa di più di se stessi e del mondo.
Ci sconcertano gli odierni selfie, ma tutti i grandi fotoespressivi (e quindi non parlo di fotogiornalismo e di fotografia documentaria)  hanno fatto selfie per tutta la vita, con l’unica differenza che invece di mostrare le proprie sembianze esteriori e fisiche, ci hanno mostrato la loro complessa, variegata e mutevole interiorità.
Barthes diceva:” una foto ci dice che quel qualcosa è stato!” io aggiungo che spesso – ed è quella la fotografia che amo – ci dice “che quel pensiero sotteso è stato espresso!”.

TENTATIVO FALLITO DI FOTOSCULTURA

fotoscultura - foto di eloj
fotoscultura – foto di eloj

Una scultura può essere osservata girandovi attorno e dovunque si posi lo sguardo, darà sempre una sensazione di compiutezza.
Una fotografia no: si può guardare soltanto standovi di fronte; al massimo, nel caso di stampe di grandi dimensioni, si potranno effettuare piccoli aggiustamenti di posizione, ma niente di più. Questa fotografia cerca di tendere ad una scultura, mostrando lo stesso soggetto ripreso da 4 punti distanti angolarmente 90 gradi, e mostrando ogni volta, qualcosa di interessante, diverso e compiuto, che può vivere autonomamente ma che integrato con le altre “viste” concorre a definire un risultato di insieme che è più della somma delle singole osservazioni….come nel caso di una scultura appunto.

Dopo attenta osservazione,  devo concludere che non è possibile ricavare da queste 4 viste una visione globale di insieme: nel caso di una scultura infatti il nostro cervello costruisce o meglio tesse una trama che è costituita dall’unione sinergica delle singole osservazioni, cosa che in questo caso non è possibile in quanto le 4 immagini sono identificate come diverse, non avendo ciascuna niente, o quasi, in comune con le altre.
Primo tentativo di scolpire con la fotocamera: fallito, direi!